I “gilet gialli” stanno letteralmente paralizzando da Parigi in su, tutte le istituzioni. Iniziate come manifestazioni spontanee di protesta, si sono evolute in forti rivolte (con episodi anche violenti), e stanno creando le premesse per un contesto proto rivoluzionario. Per giorni e giorni, i media ufficiali hanno completamente oscurato notizie di quanto stava accadendo a Parigi, e ancor una volta social e giornali telematici hanno supplito questo vuoto d’informazione.

Inizialmente i gilets jaunes avevano invaso le strade per manifestare contro le esose gabelle volute da Macron, ma man mano la protesta ha assunto altre sembianze, anelando a ben altre e più ambiziose mire: alla base è il disagio sociale del popolo – soprattutto del ceto medio – schiacciato dalla pressione fiscale, ma insofferenti anche per disoccupazione, precarietà, immigrazione e criminalità. Macron – che da quando è al potere non ne ha indovinata una – ha sottovalutato sin dall’inizio la situazione, mostrandosi arrogantemente sprezzante nei confronti delle legittime rivendicazioni dei cittadini.

Quando si è capito che la protesta stava incendiando la Francia, si è dunque cercato precipitosamente di ricorrere ai ripari, insinuando che dietro ai disordini c’èra lo zampino della Le Pen e, tanto per cambiare, dell’onnipresente Putin. La verità è che in quelle piazze ci sono, sia elettori di destra arrabbiati, sia elettori di sinistra delusi: un popolo trasversale che ne ha abbastanza di essere usata come carne da macello. Anche perché oramai ai gilet gialli, si sono unite anche molte altre categorie sociali. La stragrande maggioranza dei manifestanti, hanno sfilato pacificamente, mentre le violenze sono state compiute da una minoranza.

I soliti “parrucconi reazionari”, hanno denunciato le violenze dei contestatori, ma sono stati stranamente distratti e silenziosi di fronte alle vergognose violenze autoritarie dell’esecutivo francese: un video ha mostrato studenti scesi in piazza contro la riforma della scuola, fatti inginocchiare con le mani sulla nuca, trattati come terroristi; se questi episodi fossero accaduti nei Paesi arabi, si sarebbero subito mobilitate le forze della Nato per bombardare. Ma evidentemente ai governi “pseudo democratici” euromondialisti, tutto è lecito. In queste ore assistiamo ad arresti di massa: migliaia di cittadini fermati e messi in carcere solo per essere scesi nelle strade per difendere i loro diritti; un contegno che rischia di far scivolare la Francia verso un autoritarismo degno di Pinochet, con la differenza che almeno il dittatore del Cile – seppur brutalmente – risollevò la nazione dai disastri economici di Allende; viceversa Macron sta affondando la Francia.

Fonti dell’Eliseo ci dicono che dietro alle manifestazioni, ci sarebbero forze politiche d’opposizione pronte addirittura ad atti terroristici allo scopo di rovesciare il governo legittimo e sostituirlo con un totalitarismo. Noi ci chiediamo se dovremmo credere ciecamente a quanto riferisce l’Eliseo, o se invece, proprio il governo francese stia infiltrando tra i manifestanti, degli agitatori allo scopo d’inquinare il movimento protestatario e discreditarlo agli occhi della maggioranza (vecchio trucco delle istituzioni che noi italiani ben consociamo).

Ma non tutti hanno ancora capito cosa stia realmente accadendo: quella che è in atto non è semplicemente una protesta contro le tasse, bensì una rivolta contro Macron e contro i poteri forti dell’Ue, con particolare insofferenza per gli effetti nefasti della moneta unica. E, infatti, la protesta si sta rapidamente estendendo ad altri Paesi limitrofi, e c’è chi scommette che diverrà presto una protesta globale. Insomma si tratta probabilmente dello scontro finale tra popolo e oligarchia, tra sovranismo nazionale e globalizzazione.

I veri antidemocratici sono le forze tecno-finanziarie e quei politici che per dirla con le parole di Ezra Pound “sono i camerieri dei banchieri”. E non è un caso che tutto è iniziato in Francia; a Parigi. I cugini d’oltralpe sono sempre stati i germogliatori di tutte le rivoluzioni, dal 1789 al radioso Maggio rosso del Sessantotto. Quello cui stiamo assistendo è una nuova “contestazione”, una sorta di Sessantotto di segno opposto, dove, anziché consistere in una rivolta generazionale, volge piuttosto a un rovesciamento dei poteri oligarchici. Un ’68 blu.

Blu perché – sebbene quelle piazze siano di tutte le idee politiche – se il nemico è l’Ue, l’euro e la globalizzazione, è evidente che le spinte che animano le contestazioni, sono intrinsecamente sovraniste-populiste. E se de Gaulle stroncò la contestazione studentesca, e pur vero che quella rivoluzione cambiò per cinquant’anni la società. In questo caso però, la situazione è profondamente diversa, perché Macron è bel lungi dall’avere la forza e l’autorità del “generale”, trovandosi nei sondaggi al minimo storico dei consensi. Inoltre a maggio ci saranno le elezioni europee, dove le previsioni vedono le forze sovraniste nettamente trionfanti.

Se i burocrati di Bruxelles non troveranno un mezzo per stroncare l’avanzata populista, nel giro di pochi mesi assisteremo alla frana dell’intero assetto politico ed economico. In Francia chiedono le dimissioni di Macron ed elezioni anticipate (che in Francia sono considerate “fantascienza”); ma in tutta Europa chiedono la fine dell’euro e il ripristino delle sovranità nazionali. Si tratta di un momento storico, uno di quei “tornanti del destino” dei popoli che non possiamo mancare. Ognuno si giochi le sue carte; la destra non commetta l’errore (troppe volte commesso in passato), di chiudersi nell’ottusa difesa della “legge e ordine” a tutti i costi, perché non ci può essere legge senza giustizia sociale e autentica sovranità popolare e nazionale, e perché “le rivoluzioni non sono pranzi di gala”, e non possiamo perdere l’appuntamento con la Storia per una Rivoluzione nazionale.