Non sarà una rivoluzione, ma certamente la Francia non assomiglierà nell’immediato – e probabilmente fino alle prossime presidenziali e legislative – a quel che era stata finora. Più della vittoria del Rassemblement national di Marine Le Pen (oltre il 23%, prossimo a quanto ottenuto cinque anni fa), colpisce la sconfitta del presidente della Repubblica Emmanuel Macron che con il suo La République En Marche! conquista appena il 22% lasciando brandelli di orgoglio e pregiudizio nei palazzi della politica francese. Se si può dire che i sovranisti/populisti di destra non hanno sfondato (è una vita che alle europee la famiglia Le Pen trascina a Strasburgo quel mondo composito che non si riconosce nell’establishment) è altrettanto vero che il sistema, grazie anche a loro – o soprattutto a loro, in combinazione con l’incapacità del “presidente Juppiter” – ha subito uno scossone dal quale difficilmente si riprenderà in tempi brevi.

Se il risultato della Le Pen sconcerta gli “europeisti” in servizio permanente effettivo, come se la signora del nazionalismo francese non fosse altrettanto europeista, ma in un altro senso (fortemente identitario e tenacemente legata ai valori patriottici, oltre che ostile alla tecnoburocrazia di Bruxelles), ancor più lascia stupiti l’esito del potere oligarchico esercitato da Macron negli ultimi due anni trascorsi dall’elezione, nel corso dei quali non ha costruito una politica nuova – quella che aveva promesso soprattutto in favore dei ceti medi – né ha dato alla Francia una prospettiva accettabile nel contesto europeo il quale, a conti fatti, è stato per lui un palcoscenico sul quale esibire la sua vanitosa idea di un cambiamento radicale dell’Unione fondato su una vecchissima e usurata politica, l’asse franco-tedesco sonoramente battuto.

Così come bocciata, senza nessuna attenuante, è stata la politica di austerità coltivata da Macron, in accordo con la Merkel, l’altra grande sconfitta del 26 maggio, duramente contestata per sei mesi – anche in maniera violenta dai gilets jaunes – da cui il presidente ed il suo governo, nonostante le molte parole a vuoto spese ed i tanti inutili convegni indetti e perfino la ridicola “discussione pubblica” avviata nel Paese, non hanno tratto alcun giovamento.

Della Le Pen si può dire tutto, ma non le si può negare la coerenza nel difendere quella “certa idea della Francia” (ed anche dell’Europa) che con ostinazione ha continuato a difendere, perfino sfidando consiglieri infidi messi opportunamente alla porta, anche quando sembrava, dopo il disastroso dibattito televisivo con Macron il 3 maggio 2017, che la sua parabola fosse inesorabilmente finita. Non è andata così. Nonostante l’illiberale sistema elettorale francese, è riuscita a portare una pattuglia di deputati all’Assemblea nazionale, ma ancor più a costituirsi come riferimento oggettivo soprattutto delle categorie più disagiate del Paese che attribuiscono alle politiche europee, assecondate da Macron, il loro impoverimento, oltre al disastro civile per buona parte legato alla questione dell’immigrazione ed all’avventurismo africano dell’attuale presidente non meno dei gli ultimi due che lo hanno preceduto.

IL PARTITO SOCIALISTA NON ESISTE PIÙ

Macron, per reggere in qualche modo elettoralmente, ha dovuto prosciugare il Partito socialista che di fatto non esiste più, Les Républicaines (hanno raccolto un misero 8%) eredi post-gollisti dei disastrosi Sarkozy, Juppé e Fillon, e perfino France Insoumise del post-comunista Jean-Luc Mélenchon crollato al 6% dopo aver messo insieme il 19,5% alle presidenziali di due anni fa). I Verdi sono riemersi dall’oblio, ma il loro elettorato è ondivago anche se è l’affermazione è il sintomo non trascurabile che le questioni climatiche ed ambientaliste sono molto sentite in Francia e ciò dovrebbe indurre la Le Pen ad elaborare una politica in tal senso, considerando che storicamente ed ideologicamente l’ecologismo nasce a destra, come filosofia della natura ed epifania di un ordine cosmico trascendente, un carattere – se si vuole – del comunitarismo al quale il nazionalismo francese è sempre stato sensibile.

LE RIPERCUSSIONI EUROPEE

Il terremoto francese non può che avere ripercussioni europee. Macron è più debole; la Le Pen va a rafforzare il fronte di contestazione delle politiche di austerità. Non si dirà che non ha, insieme con altri che ne condividono il progetto, i numeri per farsi valere. Il Parlamento europeo appena eletto è talmente frammentato e variegato che offrirà senz’altro opportunità, inimmaginabili nella stessa campagna elettorale, di avvicinamenti eterodossi tra forze politiche che rinchiuderle negli schemi a cui ci siamo abituati, anche gli ultimi, quelli che vanno per la maggiore, sarebbe un errore.
È fatale che ci si adatti a pensare, immaginando un’integrale riforma dell’Europa, secondo visioni che contemplino l’et-et piuttosto che l’aut-aut in materie che attengono il predominio della tecnocrazia e della finanza sul lavoro, dell’omologazione globalista del pensiero che annulla le identità, dell’arroganza mercatista di impronta liberista che uccide il ceto medio. E su tutto forme di intervento politico-sociale rivolte all’Africa in chiave non colonialista, ma per arginare proprio questa tendenza da parte di superpotenze che sfruttando il disagio di quel Continente se ne stanno appropriando fino a lanciare un’ Opa sull’Europa.

Di questo potrebbe e dovrebbe curarsi uno spettro di forze politiche vasto e variegato che finora non ha ha avuto la possibilità di incidere più di tanto. La Le Pen su tutto ciò può dare lezioni al professor Macron a beneficio della Francia e dell’Europa. Ci si chiede dove prenderà la forza per farlo. Se, come noi crediamo, un fronte sovranista/populista omogeneo non esiste perché non è praticabile la politica dell’ “universalità dei nazionalismi”, tante sono le specificità e le differenze che l’impediscono, con molti gruppi – perfino di sinistra – è possibile raggiungere intese che vadano nel senso di una riforma dell’austerità, della limitazione dei suoi danni e di un nuovo protagonismo europeo.

Insomma, se la Le Pen è riuscita a convogliare sul suo partito il disagio dei francesi e le loro aspirazioni, compresa buona parte di ciò che hanno rappresentato i gilets jaunes, non si vede perché a Strasburgo non possa tessere alleanze che superino i confini politici del suo Paese. Questa è la sua sfida e Macron teme fortemente che possa vincerla.

Dalla notte delle elezioni l’Amleto dell’Eliseo non fa che pensare ad altro. Sconfitto su tutti i fronti, vede sbiadire la foto della presa del potere, in puro stile bonapartista, in quel maggio radioso di soli due anni fa.