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Friuli, 6 maggio 1976. Lucia aveva otto anni in quel maledetto maggio. Era una bimba allegra, vivace come tutte le bimbe abituate a correre e giocare nel verde delle colline del Friuli. Sono colline dolci e anche i monti nel gemonese non sono alti, sono massicci e sembravano rassicuranti.
Quella sera Lucia aveva appena cenato e stava dando una mano alla madre a lavare i piatti, come usavano le bambine fare quaranta anni fa, mentre il padre persuadeva, col tipico modo affettuoso e burbero dei friulani di una volta, il figlio tredicenne Beppino a prepararsi ad andare a dormire. Era finito il “Carosello”, che significava, per molti bambini d’Italia, l’ora di andare a dormire.
Ma all’improvviso un boato fortissimo. E poi il pavimento sotto ai piedi che trema. Lucia terrorizzata scappa sulla terrazza, inseguita dall’urlaccio del padre, che aveva compreso cosa stava accadendo, che le ordina di tornare immediatamente dentro e mettersi vicina ai muri portanti. Era l’Orcolat , la creatura muostruosa della tradizione orrorifica friulana. Il terremoto. La catastrofe. La morte.
Ma Lucia è impietrita, non riesce nemmeno a piangere, figurarsi a fare altro che tenersi con tutta la forza che le piccole manine le consentivano, alla ringhiera del terrazzo. La madre, la più vicina a lei si precipita fuori per riportarla all’interno in salvo, ma è troppo tardi: il terrazzo si stacca dall’abitazione e madre e figlia abbracciate precipitano 3 metri e mezzo in basso, in giardino. Si guardano, sono entrambe sanguinanti. Non sentono dolore ma probabilmente si sono rotte qualcosa tutte e due perchè non riescono a muoversi.
Poi un rumore, è la casa che crolla su sè stessa, si accartoccia e si sgretola, come se invece che di solidi mattoni, fosse stata costruita in cartapesta. Lucia e sua madre si sono salvate grazie alla stupida imperizia della bambina. Il padre e il fratello no. La loro tomba è stata la loro casa.
Ma Lucia e sua madre non hanno più sorriso. Oggi Lucia ha quasi cinquanta anni, la madre quasi ottanta. Ma nei loro occhi c’è sempre quel maledetto 6 maggio 1976. Quel maledetto monte San Simeone che decise di tremare e seppellire mille dei suoi figli. Novecentottantanove furono le vittime di quel minuto di terremoto. Diciottomila le case completamente distrutte. Settantacinquemila quelle danneggiate. Quarantacinque i comuni rasi al suolo. Novantadue quelli tra gravemente danneggiati e danneggiati. Tutto in un minuto.
Ma il popolo friulano reagì immediatamente. Da tutta la regione giunsero le offerte di ospitalità ai senzatetto. Da tutta la regione partirono volontari per scavare, sgomberare le macerie e cercare superstiti, erano tanti i volontari al punto che il Presidente della Regione, il democristiano Antonio Comelli, disse a tutti di non andare ad aiutare, che c’era abbastanza gente, dato che la disorganizzazione avrebbe potuto essere controproducente.
Arrivò l’esercito italiano, arrivarono i genieri dell’esercito austriaco e in pochi giorni le macerie furono liberate. Poi, sei giorni dopo il sisma, nonostante il paesaggio sembrasse una città della seconda guerra mondiale dopo il passaggio dei bombardieri americani, il presidente della Regione dette un ordine: “Prima si devono ricostruire le fabbriche, poi le case e infine le chiese”.
Sì prima le fabbriche, prima si sarebbe ritornati a lavorare, anche vivendo in tenda, prima sarebbe tornata la normalità. Oggi sembrerebbe follia, oggi sembrerebbe un ordine assurdo. Ma quello era il Friuli del 1976.