In Italia del diritto alla vita si parla moltissimo, con crescente intensità a partire dagli anni Settanta del Novecento. Come può essere chiaro a tutti, quanto meno a chi ancora riesce ad aprire gli occhi, esso consiste – nel nostro “Bel Paese” – nella seguente locuzione: “Chi muore giace, e chi vive si dà pace“.
       Un esempio pratico: ti ammazzano un familiare stretto durante una rapina in casa. Il morto viene sepolto, in genere senza particolari onori, mentre una vera e propria “macchina da guerra” si mette in moto per tutelare, a livello giuridico e mediatico, l’eventuale o gli eventuali assassini, per cui, per l’appunto, chi muore giace e chi vive si attiva per rendere la vita il più possibile pacifica e piacevole al criminale. Cosa che qui da noi è considerata assolutamente normale.
       L’affermazione è ancora più vera nei rapporti con il “gelido mostro” statale: qualcuno si suicida per debiti con il fisco, ad esempio: pace all’anima sua, buona sepoltura e poi scatterà il recupero delle somme nei riguardi degli eredi, costringendo il più delle volte questi ultimi a rinunciare all’eredità. Quanto al suicida, si è dato la morte, peggio per lui. Quasi certamente era un debole…
       In una parola, dei defunti a nessuno frega niente; di loro sono più importanti i responsabili dei disastri, i creditori, gli azionisti delle società coinvolte nei disastri stessi, semplicemente perché – per restare in metafora – costoro “non giacciono” e hanno bisogno di potersi “dare pace” il prima possibile, onde riprendere indisturbati a compiere le loro nequizie. Eventuali responsabilità, nel caso alquanto improbabile che dovessero essere accertate, saranno di norma prescritte grazie ai tempi biblici della giustizia italiana.
        Dunque, ai prossimi morti e ai prossimi “funerali di Stato”, che lo Stato non nega a nessuno e che farebbe invece benissimo a concedere a se stesso, perché da tempo non è altro che una squallidissima finzione. La finzione di una funzione, da tempo dismessa, senza rimpianti (suoi…).