Prevengo l’obiezione: l’argomento è trito e ritrito e avrebbe anche stufato, lo sappiamo. Solo che siamo incalzati, nostro malgrado, dalle notizie e siamo costretti ad occuparcene.

Parliamo di quella forma di infantilismo politico impastato di ignoranza e fanatismo che periodicamente catapulta sui giornali la stizza di qualche zitella isterica dell’antifascismo più ridicolo e folkloristico scandalizzata per i gadget di Mussolini o per i saluti romani.

Il primo caso se non avesse tenuto occupati Carabinieri e Tribunale sarebbe quasi una barzelletta: il 10 agosto scorso una tizia entra nel Bar Fucsia di Modica, in Sicilia, e ci trova una foto del Cavalier Mussolini con la frase “Non ho paura del nemico che mi attacca ma del falso amico che mi abbraccia”.

Apriti cielo: la tizia, evidentemente un po’ invasata, invece di fare colazione con un bel bombolone e pensare a godersi la giornata estiva si agita e chiama i Carabinieri, che intervengono e sequestrano il corpo del reato con la consueta scusa del divieto di apologia del disciolto partito fascista.

Peccato che l’altro ieri, come ovvio ed inevitabile, il Tribunale del Riesame di Ragusa applicando correttamente la oramai copiosa ed univoca giurisprudenza in materia – originata dalla celebre sentenza n. 1/1957 della Corte Costituzionale – abbia chiuso rapidamente la questione stabilendo che nella fattispecie non era ravvisabile “nemmeno l’astratta considerabilità del reato di apologia del fascismo” trattandosi di manifestazione del pensiero costituzionalmente garantita e quindi non soggetta a limitazioni.

Conclusione scontata e prevedibile.

Unico risultato ottenuto: Carabinieri e tribunale costretti a perdere tempo dietro alle ridicole paturnie antifasciste di una ragazzetta poco informata e un po’ troppo intollerante.

Nemmeno il tempo di farsi due risate che arriva subito il nuovo episodio, particolarmente squallido, della infinita telenovela.

A Sassari si celebrano i funerali del docente universitario Giampiero Todini, persona stimatissima in città, che prima di morire aveva chiesto al figlio Luigi il rito del “presente”.

Così sul sagrato della chiesa una ventina di suoi camerati procedono al triplice richiamo con tanto di saluto romano.

Apriti cielo: una locale prefica antifascista nonché consigliera comunale di sinistra, tale Lalla Careddu, posta le immagini su Facebook con il seguente commento: “Nella nostra città, sul sagrato di una chiesa, senza vergogna. Fascisti sdoganati. Poi dite che son fissata”.

La cretinata rimbalza sulla stampa locale, si gonfia come una mongolfiera e atterra addirittura sulla scrivania del Presidente del Consiglio Regionale Gianfranco Ganau il quale, evidentemente molto poco ferrato in materia, scodella questa ridicola e stralunata dichiarazione: “Quello che è successo a Sassari è un atto di apologia del fascismo assolutamente intollerabile e inaccettabile. Io spero che i responsabili siano immediatamente identificati e che rispondano di quello che hanno fatto nelle sedi competenti”.

Inutile dire che nelle “sedi competenti” il presidente Ganau otterrà al massimo una salutare lezione di diritto e di democrazia del tutto identica a quella ricevuta pochi giorni fa dalla tizia del bar di Modica e negli ultimi anni ripetutamente dall’ANPI, grazie alla quale si è consolidata la giurisprudenza in materia.

La locale procura ha già aperto un fascicolo a carico di 23 partecipanti al rito del presente incriminato, tra i quali il figlio di Giampiero Todini, e sta cercando di identificarne altri.

Il destino del procedimento, però, è facilmente prevedibile e seguirà inevitabilmente quello delle decine di altri casi analoghi che lo hanno preceduto: archiviazione nella migliore delle ipotesi, assoluzione perché il fatto non costituisce reato nella peggiore.

Anche in questo caso l’unico risultato sarà la perdita di tempo per forze dell’ordine e magistrati, oltre agli inutili fastidi degli indagati.

Alla goffa e sguaiata cagnara antifascista si era contrapposta la sobria dignità di Luigi Todini, militante di Casapound, che prima del rito incriminato aveva dedicato al padre queste parole: “Conserverò e farò tesoro di tutti i tuoi insegnamenti, cercando umilmente di ricalcare le tue orme, nello Stile di vita e nella passione Ideale, perché per me sei stato un padre, un fratello, un camerata in tante battaglie. Non è un addio, ma un arrivederci”.

Ora, dopo essere stato indagato per aver voluto rispettare il suo ultimo desiderio, il suo atteggiamento non è cambiato: “Sono sereno, non ho ancora ricevuto nessuna notifica di atti dalla Procura ma penso che dopo gli esposti e il clamore mediatico che la vicenda ha avuto a livello nazionale, l’apertura di un fascicolo di indagine sia un atto dovuto. Ho fiducia nella magistratura anche perché ritengo di non aver commesso alcun reato. Come ha stabilito una recente sentenza della Cassazione [NDR: in realtà ce ne sono almeno una decina] il saluto romano fatto come commemorazione funebre non è reato”.

Una lezione che certi invasati incapaci persino di rispettare i morti dovrebbero sforzarsi di imparare.