«I politici non possono ignorare la storia. Così chi ha dato la vita muore di nuovo». Come ha ragione la senatrice a vita Liliana Segre che ha lanciato il suo allarme su Corriere e Repubblica a prime pagine unificate.

Un monito che va raccolto con impegno e buona volontà anche da chi magari la storia l’ha sempre studiata, senza dover aspettare il solito appello all’antifascismo alla vigilia del corteo per il 25 aprile. Ricordando, anche senza essere storici di professione, che a nessuno sfugge il ruolo di partigiani e guerra di liberazione nella cacciata del Fascismo e dunque nella nascita della Repubblica. Un argomento che non si può dire trascurato nei libri delle elementari, delle medie, delle superiori e dell’università. Così come tutti noi ricorderemo le lunghe spiegazioni di maestri e professori nell’imminenza della ricorrenza. Prolissi e drammaticamente retorici nei migliori dei casi, fanaticamente assatanati dell’ideologia post sessantottina, comunista o ancor peggio cattocomunista nei peggiori. Tanto che oggi non si può pensare che ci sia un italiano che non sappia cosa si festeggia oggi, oltre a san Marco patrono di Venezia.

Ma non per questo il monito della senatrice Segre va trascurato. Perché studiare la storia resta comunque fondamentale per non far morire di nuovo chi ha dato la vita in quei giorni. Come magari i troppo dimenticati partigiani bianchi cattolici e laico-socialisti della Brigata Osoppo, tra cui il fratello di Pierpaolo Pasolini e lo zio di Francesco De Gregori, trucidati nella malga di Porzûs dai partigiani rossi del Partito comunista italiano. Giusto sarebbe studiare di più la vicenda e soprattutto gli intrecci con i comunisti titini e l’Unione Sovietica per un episodio che pochi studenti (e politici) di certo conoscono. Così come poco studiato è l’eccidio di Schio, la mattanza del 6 luglio 1945, a guerra abbondantemente finita, per mano dei partigiani della divisione garibaldina «Ateo Garemi». Comandati da Igino Piva e Valentino Bortoloso («Romero» e «Teppa»), non avendo trovato fascisti in città andarono al carcere dove uccisero a mitragliate 54 persone, tra cui molti non fascisti e 14 donne (la più giovane di 16 anni) colpevoli solo di rapporti sentimentali con presunti fascisti. All’arrivo i soccorritori videro il sangue che colava dalla scala fin sulla strada.

Un’altra storia da studiare meglio è quella di una fotografia in bianco e nero che tutti abbiamo ben in mente, pur senza forse sapere il dramma che le sta dietro. Quella di Giuseppina Ghersi, la tredicenne presa il 25 aprile da tre partigiani e portata nei locali della Scuola Media «Guido Bono» a Legino, adibito a campo di concentramento per fascisti. Le cosparsero la testa di vernice rossa e le vergarono la emme di Mussolini sulla fronte per poi esibirla in pubblico come un trofeo. Fu pestata a sangue e violentata per cinque terribili giorni, prima del colpo alla nuca il 30 aprile. Il corpo gettato su un cumulo di cadaveri davanti al cimitero di Zinola, fuori Savona. Ha ragione la senatrice Segre, dimenticare la sua storia significa violentarla e farla morire di nuovo. Come sono morti di nuovo i 4.500 fascisti, ma anche preti, seminaristi, democristiani, medici condotti e perfino sindacalisti e sindaci socialisti ammazzati a guerra finita dalla giustizia partigiana nel Triangolo rosso (o della morte) tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi. E di cui non c’è traccia nei libri di scuola. Come per anni non c’è stata traccia del treno della vergogna, quello che trasportava gli esuli giuliano-dalmati e fu accolto con sassate e sputi dai sindacalisti comunisti a Bologna con le bandiere rosse che buttarono sulle rotaie il latte per i bambini in grave stato di disidratazione e il cibo. Tante storie (al plurale) da studiare meglio. Per non ignorare mai più la storia e i suoi tanti carnefici.

Giannino della Frattina, Il Giornale, 25 aprile 2019