La polemica suscitata dai dati diffusa dall’agenzia europea delle frontiere, Frontex, circa i flussi migratori illegali in Italia nei primi 40 giorni dell’anno risente inevitabilmente del dibattito elettorale, già molto “caldo” proprio si questi temi.

I 4.800 clandestini sbarcati in gennaio dal Nord Africa (per lo più salpati dalla Libia e in misura minore dalla Tunisia) sono il doppio di quelli sbarcati in dicembre, “quando le attività dei trafficanti erano state colpite dai combattimenti vicini alle aree di partenza e dal cattivo tempo”, riferisce Frontex.

Il numero rappresenta un incremento rispetto ai 4.467 arrivi del gennaio 2017 registrato dal Viminale che però aveva registrato “solo “4.081 sbarchi nel gennaio scorso dichiarando un meno 8,6 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Al di là di alcune differenze, anche rilevanti, tra i dati diffusi dal Viminale e da Frontex è chiaro che a seconda di quali dati si prendano in esame il bicchiere può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto.

Tra i dati incoraggianti va rilevato che nel 2017 sono arrivati in Italia il 34% in meno di immigrati illegali, 120 mila contro 181mila, oppure che nei primi 12 giorni di febbraio ne sono sbarcati appena 320, cioè il 95% in confronto al totale dei primi dodici giorni del febbraio 2017.

Tutto bene quindi? No di certo poiché 120 mila in un anno restano davvero troppi anche se non va dimenticato che la politica di contenimento” del governo italiano con gli accordi con il governo libico sono stati applicati solo a partire da luglio, non caso il mese successivo alla batosta elettorale subita dai partiti della maggioranza alle elezioni amministrative.

A influire sul numero di sbarchi, specie se si prendono in esame periodi limitati, contribuiscono le condizioni meteo che possono incoraggiare o meno la partenza dei barconi e l’efficienza della Guardia costiera libica, che con i mezzi limitati di cui dispone non può intercettare tutti i gommoni e barconi in partenza.

Nulla di nuovo invece, a quanto emerge dal rapporto, dalle aree di partenza lungo la costa libica in cui li porto più utilizzato resta quello di Zuara, già da molto tempo hub prioritario dei trafficanti della Tripolitania.

Il problema non è quindi legato tanto ai numeri quanto alle decisioni che vengono assunte da Italia ed Europa per cercare di bloccare definitivamente i flussi illegali.

Le opzioni ci sono e più volte sono state evidenziate anche su Il Mattino. Sarebbe sufficiente che anche le navi militari italiane ed europee come le navi delle Ong provvedessero a riportare in Libia (o in Tunisia da dove crescono di mese in mese i flussi) gli immigrati illegali soccorsi in mare.

Respingimenti assistiti che salverebbero molte vite e bloccherebbero ogni accesso all’Italia garantendo ai migranti il rimpatrio che dalla Libia viene assicurato dalle agenzie dell’Onu.

Nessuno rischierebbe più la vita né i propri soldi per un viaggio che offrirebbe come unica certezza il ritorno a casa. Una strategia già utilizzata con successo, su spazi marittimi ben più ampi, dall’Australia con la campagna “No way” e l’operazione militare “Sovereign Borders”.

Italia e Ue continuano invece a mandare messaggi ambigui: i migranti soccorsi dalle motovedette libiche tornano indietro e vengono rimpatriati, chi riesce a raggiungere le navi europee viene portato invece in Italia.

E certo non aiutano le dichiarazioni del presidente del consiglio Paolo Gentiloni che non perde occasione per dichiarare pubblicamente che l’Italia non chiuderà i porti ai migranti e che fermare i flussi è impossibile.

 

Gianandrea Gaiani,  Il Mattino 14 febbraio 2018