L’attentato a Kinrkuk, nel Kurdistan irakeno, che ho portato al ferimento di cinque militari italiani, ha riaperto il dibattito sull’utilità della partecipazione alle missioni militari internazionali. Il mondo politico, ma anche quello della stampa, come sempre si divide mentre il meglio delle truppe d’élite italiane inquadrate nella “Task Force 44” combatte quotidianamente a fianco dei Peshmerga curdi e delle forze di sicurezza irakene contro ciò che resta dell’Isis.

Ad avere le idee chiare sul senso della nostra presenza nel paese mediorientale è Gian Micalessin (nella foto). Giornalista triestino, corrispondente di guerra ed editorialista de il Giornale, Micalessin ha lavorato per le più note emittenti televisive nazionali ed europee ed è autore di molti reportage da Siria e Iraq per il sito Gli occhi della guerra. A lui abbiamo chiesto un parere sul senso della missione italiana.

A che cosa servono i nostri militari impiegati nelle aree più pericolose del Kurdistan irakeno?

“Servono a dare assistenza e istruire le truppe locali nella lotta contro i miliziani dell’Isis. Al Baghdadi è morto, è vero, ma Daesh e il terrorismo islamico sono ben lontani dall’essere definitivamente sconfitti. La dimostrazione è proprio l’attacco nel quale sono stati coinvolti i nostri cinque incursori…”.

Truppe speciali e una missione, la “Prima Parthica”, che impiega centinaia di soldati tra Baghdad, Erbil e Mosul. C’è chi ritiene che sarebbe meglio ritirare il contingente e lasciare che gli irakeni risolvano da soli i loro problemi…

“I primi a non volere il ritiro sono i militari che hanno versato ieri il loro sangue. E’ fondamentale stare lì e stare in prima linea. E’ sul campo che si acquisisce quel patrimonio di esperienza, informazioni e conoscenza del fenomeno fondamentalista che poi consente di mantenere in Patria un elevato livello di sicurezza. Certo, è una missione difficile e rischiosa, ma inevitabile. I ragazzi delle nostre forze speciali addestrano i soldati irakeni e curdi per evitare che il Califfato possa risorgere e funestare la loro terra. Ma non solo, lavorano fianco a fianco con i colleghi dell’intelligence. Da quelle remote località arrivano in Italia una marea di informazioni che consentono poi agli apparati di sicurezza di contrastare la possibile minaccia terroristica nelle nostre città”.

Quindi ritiene che un eventuale ritiro potrebbe avere delle conseguenze negative sulla sicurezza non soltanto in Iraq, ma anche in Italia?

“Avere i nostri soldati in Iraq significa affrontare il terrorismo fondamentalista sul suo stesso terreno neutralizzando a monte la potenziale minaccia. Si tratta di una difesa indispensabile alla quale non possiamo rinunciare. Affrontare i jihadisti lontano dalle nostre città è una forma di difesa avanzata che serve a scongiurare guai peggiori. I primi a saperlo sono i nostri ragazzi delle forze speciali che insieme ai loro colleghi operano quotidianamente in silenzio e con grande professionalità”.