Non per un automatico controcanto ma Ernesto Galli della Loggia è il solo editorialista del “Corriere della Sera” , lontano dai toni di alcuni altri suoi colleghi del suo quotidiano, indefessi ma inascoltati predicatori e fustigatori, interessante da leggere e da considerare.

Nell’intervento “Politica e non voto. Lo spirito irrequieto del Paese” apre con una sopravvalutazione immeritata ed infondata di Renzi, i costi della cui “incisività” o sono tenuti celati (lo Jobs Act) alla collettività o sono già dai primi bilanci confusi, confusionari e principalmente improduttivi sul piano della qualità (la “buona scuola”).

Nessuna osservazione francamente è possibile sull’affermazione “dal 4 dicembre Renzi non è stato capace di dire nulla al Paese”. Galli gli fa carico “di non avere avuto il coraggio di parlare della propria sconfitta”, come se il toscano fosse attrezzato per un confronto mirato, lucido, concreto ed approfondito con l’opinione pubblica.

Al di là della reinvestitura sancita dal suo popolo, un numero meschino rispetto all’elettorato nazionale, “gli stessi riti, lo stesso battutismo, le stesse formule, e quasi sempre le stesse facce. Nessuna idea o proposta nuova, capace di produrre interesse, sorpresa, mobilitazione. Di far scorgere il segnale di un nuovo inizio”.

L’editorialista è convinto, ma il suo è un giudizio affatto condiviso dai cittadini, che “il 4 dicembre ha avviato la trasformazione da statista potenziale [poveri noi!] a una promessa mancata”.

Avverte poi nel Paese , bene non dirlo Nazione o Stato, “l’inquietudine disperata di chi non riesce a vedere in nessuna parte politica la consapevolezza della gravità del declino italiano, né alcuna proposta credibile per farvi fronte, né alcuna serietà di propositi e soprattutto alcuna leadership all’altezza del compito che i tempi imporrebbero”.

“Nell’impossibilità di trovare una risposta – aggiunge il collega – l’unico esito è la crescita di coloro che non vanno più a votare”.

Conclude, dopo aver attribuito il credito di modello tutto da verificare a Macron, che “da noi la desertificazione politica significa solo da un lato ancora maggiore potere alle lobby e alle corporazioni di ogni genere, sempre più autorizzate a fare quello che vogliono, dall’altro il via libera alle genuine pulsioni di una società “civile” che non ha fatto mai gran conto né dello Stato né dell’interesse collettivo”.

Sulla diagnosi il dissenso è profondo ed insanabile dal momento che la lotta alle corporazioni si intende condurre con le liberalizzazioni spietate ed integrali, sinonimo di impoverimento, e che sono pericolose, antistoriche e velleitarie le “genuine pulsioni” della società civile, tanto per intenderci le iniziative civiche, il cosiddetto “civismo”, cui inneggiano sia Berlusconi quanto Pisapia, in realtà né di destra né di sinistra, ma solo campanilistiche ed egoistiche.