Di questi tempi, di fronte al fenomeno dell’immigrazione incontrollata che colpisce il nostro paese, il ragionamento che la sinistra, a tutti i livelli, porta avanti, sostiene che in fin dei conti anche noi italiani, quando approdammo sulle coste americane fummo accolti senza tante obiezioni, come gli ultimi dei migranti.

Come al solito i poco sinceri democratici dimostrano di essere affetti da pigrizia mentale, non volendo comprendere che nel paragone con la conquista del Nord America , noi rivestiamo il ruolo dei nativi, i Pellerossa, noi siamo gli invasi e non gli invasori, noi e non altri quelli minacciati di etnocidio.

Nell’interessantissimo libro di Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo, ciò che più rende avvincente il loro meticoloso lavoro riguarda tutti i collegamenti che ogni lettore può autonomamente fare con la storia dei pellerossa e la nostra realtà di oggi.

Gli autori, come prima argomentazione, confutano con precise obiezioni, la teoria secondo la quale i Pellerossa non furono “nativi” a tutti gli effetti ma solo coloro che prima arrivarono ad occupare il suolo americano, giungendovi dall’Asia attraverso lo Stretto di Bering, in un periodo in cui i ghiacci permisero un passaggio verso l’Alaska. In pratica alcuni storici interessati sostengono che i pellerossa furono solo i primi immigrati, con qualche diritto in più rispetto ai “latecomer”, i “pellebianca” giunti dall’Europa molti secoli dopo, di cui si vuole giustificare la successiva invasione. Ma l’Alaska è un territorio immenso, molto freddo, contornato di montagne insormontabili, difficile da attraversare e poi mancano i rilevamenti archeologici a conferma della tesi del passaggio da ovest a est. Fu Piccola Tortora, saggio capo indiano, a dubitare della teoria così argomentando :” Non è possibile che siano loro, quei Tartari che tanto ci somigliano, a essere partiti dall’America ? Forse noi siamo nati e siamo sempre rimasti su questa terra. C’è qualche prova del contrario ?”

La dimostrazione che i Pellerossa e il continente nordamericano fossero una cosa sola è evidente nella simbiosi che esisteva fra i nativi e la natura circostante. Wakan Tanka, il Grande Spirito, aveva dato un grande dono al popolo rosso, il bisonte ; questo animale, a metà strada tra il Cielo e la Terra, si lasciava cacciare senza fatica e forniva cibo per nutrirsi, pelli per coprirsi, corna per gli utensili, tendini per scoccare le frecce, grasso come combustibile.

“Ogni lucente ago di pino, ogni morbida spiaggia, ogni nebbia nel profondo dei boschi, ogni insetto che ronza libero nell’aria, è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri. Che la Terra è nostra madre. I fiumi sono nostri fratelli, spengono la nostra sete e nutrono i nostri bambini. L’aria è preziosa per l’uomo rosso perché tutte le cose dividono lo stesso respiro, l’animale, l’albero, l’uomo. “ Così ammonì la sua tribù Chief Seattle, del popolo dei Suquamish, diffidando i suoi uomini dal venire a patto con i “pellebianca”. Egli aveva compreso che i Lunghi Coltelli avevano un’altra visione della Terra, luogo di conquista e di sfruttamento.

I bianchi compresero che per sconfiggere i nativi occorreva sterminare il bisonte, la loro fonte di vita e così fecero. Migliaia di mandrie, per un ammontare di 40 milioni di capi, furono pian piano annientate, ed oggi il bisonte è specie protetta.

I Pellerossa sapevano perfino controllare gli incendi, tanto erano padroni del loro territorio, loro abili cacciatori. Utilizzavano una paradossale ma efficacissima tecnica di prevenzione di grandi e potenzialmente devastanti incendi , grazie a una serie di piccoli incendi localizzati, opportunamente calibrati e posizionati.

I Pellerossa correvano con i loro cavalli, riportati da poco nel continente, per le sterminate e Grandi Pianure, immensi pascoli per il bisonte. Quando sopraggiunsero i wasichu, i bianchi, le Great Plains divennero terre di sfruttamento intensivo per monocolture, che necessitavano di grandi piogge per crescere ; ma quando giunse la siccità i piccoli contadini persero i loro raccolti e furono sfrattati dalle grandi società, in grado di superare anche una stagione secca. Per mantenere le colture sterminate di mais e di grano, l’uomo bianco attinse alla grande riserva d’acqua sotterranea, l’Ogallala Aquifer, una immensa falda imprigionata nelle viscere della Terra dal Texas al South Dakota. E riuscì nell’impresa di arrivare nei decenni successivi a razionarne il contenuto.

Ma le pagine più sconvolgenti dell’opera di Peroncini e Colombo, profondi conoscitori della storia americana, riguardano le stragi di Sand Creek e di Canke Opi, meglio conosciuta come Wounded Knee. Inermi villaggi di pellerossa furono distrutti senza pietà; vecchi, donne e bambini massacrati perché “anche le uova diventano pidocchi”, come disse un ufficiale “giacca blu”.

Accurata è anche la descrizione della battaglia di Little Big Horn, dove il generale Custer e le sue truppe vennero annientati dai guerrieri di Tatanka Yotanka, Toro Seduto. L’unico sopravvissuto fu un italiano, Giovanni Martini, registrato come John Martin, un ex garibaldino ; si salvò perché fu inviato come messaggero per chiedere rinforzi, prima del massacro.

Molte le curiosità del libro : si viene a sapere che Kit Carson, leggendario amico di Tex Willer nei fumetti, in realtà era uno spione a caccia di indiani. Nemmeno Buffalo Bill fa una grande figura, pronto a tradire l’amico Toro Seduto. Viene rivelato che la banda di Geronimo al momento della resa era di 16 guerrieri, 12 donne e 6 bambini, contro un esercito di 5000 soldati statunitensi e 3000 messicani.

Si scopre che gli afroamericani per i pellerossa vengono accomunati alla stessa cultura ed allo stesso destino del bianco e vengono chiamati “gli uomini bianchi neri “.

L’epopea degli Indiani d’America è la storia di un genocidio finito ai giorni nostri con i discendenti superstiti che sopravvivono avvolti in una realtà fatta di miseria, suicidi, frustrazione, alcolismo e disoccupazione.

La notte della strage di Wounded Knee nevicò fittamente : quando giunse il mattino la scena dell’eccidio era completamente mutata. Invece del mattatoio prodotto dai proiettili esplosivi delle giacche blu il terreno era ricoperto da uno spesso e morbido tappeto di neve scintillante. Il manto nevoso aveva ricoperto le ferite, il sangue, i corpi straziati, le carni dilaniate. Per l’uomo rosso era stata l’ultima straziante carezza del Grande Spirito al suo popolo sconfitto, un mantello immacolato per nascondere le tracce vermiglie del crimine commesso dalle giacche blu e dal governo degli Stati Uniti.

La Natura ebbe pietà di chi aveva provato per essa un grande rispetto.

 

Gianfranco Peroncini- Marcella Colombo

Al dio degli inglesi non credere mai

Storia del genocidio degli indiani d’America

1492-1972

Oaks editrice, Milano 2017

28 euro