Il Marchese Marco Doria, Patrizio Genovese, Conte di Montaldeo nonché sindaco radical chic di Genova, in 5 anni non è riuscito a costruire nemmeno la parvenza di un’amministrazione decente e non ha mai trovato il tempo per dare ai suoi concittadini risposte plausibili ai loro problemi lasciando la città in condizioni ancora peggiori di quelle, già critiche, che aveva trovato.

Sabato scorso, però, uscendo per un attimo dal torpore irreale che ha caratterizzato sin qui la sua (in)attività ha finalmente preso un’iniziativa, solo che era quella sbagliata. Rispondendo all’appello di ANPI, CGIL e compagni è sceso in piazza, a Sturla, per protestare contro il convegno (non pubblico) promosso da Forza Nuova nella propria sede locale con la partecipazione dei leader della cd “ultradestra” europea, alcuni dei quali membri regolarmente eletti di assemblee legislative.

“Era importante esserci: nel momento in cui rappresento un’istituzione, ne rappresento anche i valori, antifascisti e democratici. Chi li mette in discussione merita una risposta e questa presenza in strada è la risposta ferma, seria di tanti cittadini genovesi che dicono no al razzismo, no alla violenza, no a tutte le posizioni che sono diffuse da figuri come questi”.

Queste le parole con le quali Doria ha spiegato la sua presenza in piazza mentre il corteo paralizzava il quartiere e bloccava per tutto il pomeriggio il traffico verso Levante (secondo il sindaco il minore dei problemi a fronte della presenza in città dei leader europei dell’ultradestra).

Se il Marchese Doria ha chiarito che per lui quelli che si sono riuniti in Via Orlando sono dei “figuri” non ha, però, spiegato cosa siano invece i paladini mascherati della democrazia antifascista che, partiti dal suo corteo, si sono dedicati alla consueta violenza incontrollata, attaccando prima la Polizia con bottiglie, petardi e fumogeni per poi finire a fare a botte selvaggiamente con gli altri antifascisti della manifestazione. Un bel paradosso: una manifestazione contro la violenza presunta degli altri che finisce invece nella violenza effettiva dei suoi partecipanti.

Di questo il nobile sindaco, che come al solito non vede e non sente, ovviamente non parla; chi invece ci vede e ci sente benissimo è la Digos genovese, che sulla manifestazione di Sturla ha aperto due filoni di indagine e sta vagliando i filmati e le foto degli scontri per identificare gli antifascisti violenti.

La sortita in piazza del Doria militante è solo l’ultimo episodio del triste e inglorioso crepuscolo della tanto decantata “rivoluzione arancione”, genovese e non solo genovese. Dopo l’abdicazione di Pisapia a Milano, sostituito a suo tempo da Renzi con la trovata mediatica di Mr Expo, anche Doria è oramai al capolinea. Sfiduciato dalla sua stessa maggioranza dopo quasi 5 anni di immobilismo, indecisione ed incapacità gestionale, detestato dai ras del PD locale in perenne guerra tra loro, lontano alla base di una delle città più rosse d’Italia, il sindaco-marchese ha appena visto svanire miseramente una delle poche decisioni importanti prese dalla sua giunta.

La sera del 7 febbraio un agitato consiglio comunale dopo ore di discussione ha infatti bocciato con 19 voti contrari, 14 favorevoli e 6 astensioni la delibera che, determinando i criteri della fusione tra AMIU, la società controllata dal comune che gestisce la raccolta dei rifiuti, e IREN Ambiente Spa, una società quotata in borsa, avrebbe portato alla privatizzazione della società comunale. Tra i diciannove contrari due consiglieri della “Lista Doria”, secondo i quali il sindaco avrebbe tradito il suo programma, due della sinistra di Federazione della sinistra e quattro dell’UdC e del Gruppo misto che facevano parte della maggioranza.

Una sconfessione su tutta la linea che suggella il fallimento totale e senza appello del sindaco che, proprio come fece Pisapia a Milano, abbandonando finalmente tentennamenti ed indecisioni ha finalmente deciso di non ricandidarsi.

Curioso che proprio due fallimenti così evidenti siano ora considerati il punto di partenza per la creazione di un “nuovo” partito della “vera sinistra” nel tentativo di esportare su scala nazionale un modello rivelatosi già a livello locale totalmente inadeguato ed inconsistente.

Abilissima nelle chiacchiere politicamente corrette e nella retorica buonista, ma del tutto incapace di confrontarsi con la realtà, la squadra dei radical chic genovesi era arrivata a Palazzo Tursi con la benedizione di un’”accozzaglia” (come direbbe Renzi) eterogenea e trasversale che andava dal prete rosso don Andrea Gallo, che così salutava la candidatura del marchese Doria: “la brezza che infine s’è alzata, un vento che cresce, parlo da marinaio, e riempirà le vele, risveglierà le coscienze, ricostruirà una democrazia che si sta squagliando”, ai salotti buoni della città frequentati da imprenditori, manager e professionisti affermati, sino al presidente di Confartigianato Felice Negri: “da imprenditore, voglio un sindaco che amministri, non uno che faccia ideologia a rischio di provocare tumulti. Così ragiona anche buona parte della borghesia genovese”.

Una valutazione dimostratasi clamorosamente sbagliata.

In realtà Doria aveva sfruttato l’insofferenza della base nei confronti di un apparato politico sempre più immobile ed autoreferenziale e la lotta a coltello tra le due primedonne del PD locale: Marta Vincenzi, disastroso sindaco uscente (recentemente condannata in primo grado a cinque anni per l’alluvione di Genova del 4 novembre del 2011, durante la quale persero la vita sei persone) che non voleva farsi da parte, e la sua arcirivale Roberta Pinotti, poi inopinatamente catapultata da Renzi al Ministero della Difesa, che voleva farle le scarpe.

Come si sa tra i due litiganti il terzo gode e alle primarie le due madame del PD avevano fatto la fine dei capponi di Renzo: il marchese rosso, per conto di SEL e Vendola, le aveva sbaragliate entrambe con un sonoro 46%.

Eletto Sindaco al secondo turno col 59,71% aveva così dato il via alla commedia della “rivoluzione arancione” sotto la Lanterna dimostrandosi ben presto un pesce fuor d’acqua, inadeguato ed incapace di affrontare i rilevanti problemi di una città perennemente in declino.

Mai digerito dai potenti notabili del PD locale, sempre perso in astratte valutazioni di principio il nobiluomo Marco Doria ha visto svanire gradualmente, sotto i colpi di problemi mai affrontati adeguatamente, la stima e il consenso dei genovesi oltre che la sua maggioranza politica.

Dall’ennesima alluvione dell’ottobre 2014, dove si è distinto in un penoso scaricabarile con l’accoppiata Burlando-Paita (alla fine la colpa è andata ad un algoritmo…), all’immigrazione incontrollata con i conseguenti problemi di sicurezza e di ulteriore degrado del centro storico, dai conti problematici del bilancio comunale all’emergenza rifiuti e alle difficoltà del trasporto pubblico non esiste problema cittadino che il sindaco rosso non abbia dimostrato di non saper affrontare.

“I Comuni, tutti i Comuni, sono chiamati a favorire l’integrazione: trasformando gli interventi di emergenza in percorsi di accoglienza diffusa, collaborando con le organizzazioni del terzo settore per favorire l’abitare in appartamenti, l’incontro con la società civile, il volontariato dei migranti, la formazione, l’inserimento lavorativo” così Marco Doria illustrava in un comunicato ufficiale dell’agosto 2016 la sua ricetta per il problema immigrazione: un fumoso libro dei sogni, pieno di buone intenzioni e nobili pensieri buonisti, totalmente irrealizzabile e privo di qualsiasi aderenza con la realtà. Ovviamente di progetti di sviluppo e di idee per il futuro della città in questi anni nessuno ne ha mai nemmeno parlato.

Ora l’avventura dello sbiadito sindaco arancione è giunta finalmente ai titoli di coda; una grande opportunità per il centro-destra che dopo la conquista della Regione qui è più solido che altrove. Serviranno, però, coesione, concretezza, chiarezza e soprattutto programmi credibili e realizzabili.

Chissà che proprio la Superba non diventi il laboratorio politico per il rilancio del centro destra nazionale: per una volta invece di arrancare nelle retrovie si ritroverebbe inaspettatamente all’avanguardia.