Negli anni 80 uscì un film molto particolare, con la regia di Robert Redford ed interpretato tra gli altri da Donald Sutherland, dal titolo “Gente comune”. Parlava di un ragazzo con gravi problemi di depressione, dovuti ad una tragica vicenda della sua fanciullezza. Un giorno Conrad, questo il nome del protagonista, era uscito in barca a vela con il fratello maggiore ; ben presto furono sorpresi da un violento temporale, che buttò in acqua il più grande dei due. Conrad cercò di afferrare la mano del fratello che annaspava nell’acqua ma non ci riuscì e costui morì annegato. La famiglia rimase travolta dal dolore e ogni attenzione fu rivolta al ricordo di chi non c’era più ; nessuno si preoccupò del grave disagio psicologico di Conrad e dei suoi ingiusti sensi di colpa per non essere riuscito a salvare il fratello. Solo quando il padre si rese conto che anche Conrad era una vittima di quel tragico incidente, iniziò il percorso di recupero del figlio più piccolo.

Il film spiega molto bene che quando una tragedia si abbatte su una famiglia, questa non colpisce solo chi rimane caduto sul campo ma tutti i suoi componenti. Se il dolore si polarizza sulla vittima del crimine, non dobbiamo dimenticarci di tutti gli altri attorno, che possono soffrire in modo diverso e conservare nel tempo le ferite psicologiche di quella violenza.

Oggi la giustizia in Italia ha più attenzioni nei confronti del percorso di recupero del carnefice che per la sensibilità di chi ha subito la perdita di un proprio caro; quante volte ad un parente o ad un amico capita di incontrare per strada l’assassino del proprio congiunto e non può far altro che abbassare lo sguardo per reprimere lo sdegno.

Sono trascorsi più di quarant’anni dalla morte di Sergio Ramelli ma ancora è viva l’indignazione per la sua scomparsa e per tutto quanto avvenne in quei giorni e negli anni successivi. Perché tanti ragazzi sono rimasti uccisi negli anni di piombo, colpiti dalla violenza comunista, ma tante altre persone a loro vicine hanno portato le stigmate di quei delitti per tanto tempo, forse per sempre.

Quando venni aggredito con le spranghe, dagli attivisti del Movimento Studentesco, vicino casa nel novembre 72, fui salvato dall’intervento provvidenziale di mio fratello, allora solo quindicenne, che , trovandosi qualche decina di metri più dietro, accorse e riuscì a parare con la sua cartella i due o tre colpi decisivi, ferendosi anche ad una mano. Mentre io avevo perso conoscenza, o forse qualcosa di più perché ricordo mi apparve il famoso “tunnel” con la luce in fondo, mio fratello vedeva la violenza più cruda consumarsi sotto i suoi occhi.

Solo quest’anno mia sorella mi ha rivelato che tornò a casa, suonò il campanello e quando mia madre gli aprì se lo trovò davanti tutto insanguinato e tremante: sì perché lui non mi ha mai parlato di quei momenti ed io, pur riconoscente per avermi salvato la vita, non gli ho chiesto per rispetto mai nulla. Lui aveva subito una violenza altrettanto dura, ma era una violenza psicologica , subita in silenzio perché tutti pensavano a me.

Anche la mia famiglia, come nel film, capì in ritardo quel suo dramma, che per fortuna non ha avuto conseguenze pesanti nella vita di mio fratello, oggi apprezzato primario ospedaliero.

Allora se andiamo a rivedere le narrazioni riguardanti i nostri ragazzi caduti vittime della violenza comunista negli anni di piombo, scopriamo tanti altri drammi che hanno contornato quei delitti.

Racconta mamma Ramelli i giorni, le settimane, i mesi successivi all’aggressione di Sergio: “La sera stessa del funerale mi arrivò una telefonata di insulti e da quel momento fu così tutte le sere. Ogni giorno il telefono suonava dalle 8 alle 10 e mezza di sera a tal punto che fummo costretti a cambiare numero. Allora le telefonate arrivarono ai vicini di casa: “Conoscete i Ramelli? Allora dite loro che…e giù insulti. Questo però l’ho saputo solo dopo.

Luigi (il fratello) ha dovuto andare via da Milano, mentre mio marito aveva paura anche per il bar in cui lavorava. Erano anni in cui i bar li distruggevano a colpi di molotov. Lui teneva sempre un cacciavite dietro il bancone, per difendersi se lo avessero aggredito. Ma in realtà dopo la morte di Sergio era cambiato. Il dolore, il tormento lo rodevano dentro. Non si riprese mai più. Ogni tanto si guardava intorno e diceva “Troviamo un’altra abitazione”. “E’ inutile – dicevo io- perché le cose le porti dentro “. E dopo neanche quattro anni mio marito è morto di crepacuore.”**

Non solo papà Ramelli fu straziato dalla scomparsa di suo figlio. Anche papà Ciavatta, un operaio, dopo la morte di Francesco ,suo figlio diciottenne, ad Acca Larentia, pochi mesi dopo si gettò per la disperazione dalla finestra della sua casa in piazza Tuscolo.

Sabrina, la ragazza di Mikis Mantakas, studente del Fuan ucciso a Roma nel 1975, scrisse una struggente lettera d’addio pubblicata sul Secolo d’Italia ; la sua testimonianza di amore infranto rappresentava quella di tante ragazze che da un giorno all’altro passarono dalle dolci speranze della gioventù alla cruda realtà di quegli anni.

A Tomaso Staiti , consigliere comunale missino nel 1975, toccò annunciare la morte di Sergio Ramelli durante una seduta del consiglio. Uno scrosciante applauso , che lo ferì profondamente, partì dalla canea socialcomunista, un segno di barbarie che non potrà mai essere cancellato e tracciò un abisso di civiltà tra noi e loro, difficile da colmare anche con il trascorrere degli anni.

 

**Guido Giraudo ed altri –Sergio Ramelli una storia che fa ancora paura. Ed. Effedieffe