Circa un miliardo di persone nel mondo è denutrito. Un altro miliardo è obeso. Quasi metà della popolazione mondiale vive quotidianamente il problema di un’alimentazione insufficiente”. Raj Patel ne I padroni del cibo (Milano 2008), traduzione di Giancarlo Carlotti, ci costringe a prendere definitivamente atto in merito all’avidità, non si tratta del mero profitto, delle corporation di settore interno al circuito alimentare mondiale. È in corso una vera e propria guerra per il controllo delle risorse alimentari. Dal movimento dei senza terra in Brasile ai suicidi dei contadini asiatici, sino ai nefasti accordi commerciali, prima dell’avvento di Donald Trump, tra Messico e U.S.A. e ancora vengono rese note le abili tecniche di manipolazione dei consumatori a cura delle multinazionali a capitalismo avanzato. Raj Patel, economista, si è formato ad Oxford, Cornell e presso la London School of Economics, ha lavorato per la Banca Mondiale e per il WTO, impegnandosi dopo in campagne di sensibilizzazione internazionale contro queste stesse organizzazioni.

Forse non avevamo mai fatto caso prima d’ora che nei nostri super e ipermercati, quando cerchiamo ad esempio delle belle mele da acquistare pensiamo di avere davanti ai nostri sensi una vasta scelta, in realtà non è proprio così. Si tratta sempre delle stesse mele: Fuji, Braeburn, Granny Smith, Golden Delicious ad esempio. Hanno una bella buccia lucida e affrontano bene il trasporto, reggono i pesticidi e la posteriore lucidatura aziendale. Di conseguenza non troviamo sui nostri scaffali: le Calville Blanc, le Black Oxford, le Zabergau Reinette, le Kandil Sinap o le antiche Rambo.

“Consumatori”. Tradisce infatti l’equiparazione del cibo a beni che non erano di prima necessità, ma che lo sono divenuti sempre di più a causa della colpevole non separazione, inerti e complici le grandi concentrazioni di capitale, tra istituti economici e di risparmio ed istituti di speculazione finanziaria, e solo indirettamente attribuibile al progresso tecnologico e scientifico che, per mezzo della recente rivoluzione informatica, ha definitivamente neutralizzato lo “spazio”. Infatti il mondo antico, medievale e in parte moderno tendevano a neutralizzare il “tempo”.

La regola aurea, valida negli Stati Uniti quanto in India, è la seguente: i contadini che si ammazzano sono stati falcidiati dai debiti […] Mostratemi un agricoltore con cinque acri (poco più di due ettari) e 150.000 rupie (3400 dollari) da pagare e posso anticipare che in futuro si suiciderà. […] L’indebitamento nasce dall’impulso imprenditoriale. Spinti verso i raccolti pronto cassa dal governo (e, come vedremo, dalle grandi aziende delle sementi), i contadini adottano le piante che possono comprare e vendere sul mercato: cotone e arachidi, e in minor misura riso e canna da zucchero. In India, prima delle riforme liberiste il governo garantiva un prezzo minimo per i raccolti, così i contadini sapevano in anticipo quali incassi potevano aspettarsi, e quindi nei campi andava tutto bene. Se poi non andava tutto bene, c’era un sistema di sussidi, più un sistema di distribuzione pubblica delle derrate che garantiva cibo sano e a buon mercato a chi ne aveva bisogno”.

Ma l’adozione integrale d’ispirazione “universale” de “La dottrina sociale della chiesa” non è e non può essere sufficiente a correggere le devianze liberaliste e di seguito liberiste dei governi ai quali dovrebbero fare riferimento le corporation dell’acqua e del cibo, dei beni di prima necessità in genere. Infatti, quanto sopra è una vera e propria devianza fenomenica della cultura liberale e conservatrice. Non è con l’apertura delle frontiere ai disperati e ai diseredati del terzo e quarto mondo trasformandoci in complici delle mafie di settore che, in fondo, più o meno indirettamente fanno il gioco delle multinazionali in oggetto, riusciremo a correggere l’attuale sistema implicito alla globalizzazione. Solo il riappropriarsi del concetto o meglio della facoltà ideale della sovranità nazionale dello Stato, inteso non come mera macchina burocratica acefala e sempre più cancerogena per le popolazioni di riferimento, o collettivista, ma come vera e propria applicazione di quel “Ius Publicum Europaeum”, per quanto ci riguarda, che i migliori giuristi o i filosofi del diritto, per motivi e limiti contingenti di derivazione “titanica” e non “divina” sino ad oggi non sono riusciti a formulare in modo organico.