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“La Cina è vicina”, annunciavano i maoisti di un tempo ormai lontano. Non ci sono più i maoisti, in Italia, ma la Cina è ancora più vicina. E lo sarà sempre di più, con la realizzazione della ferrovia ad alta velocità lungo la Via della Seta. Dunque meglio prenderne atto e valutare rischi ed opportunità. I rischi sono numerosi. Innanzi tutto per le aziende meno strutturate, meno competitive. Quelle che hanno puntato solo sul mercato interno e non operano in comparti di nicchia, particolari. Chi ha scelto il risparmio, invece degli investimenti, avrà pochissime chances di sopravvivere rispetto all’offensiva di aziende cinesi che, sul prezzo, sono ovviamente vincenti. Ma i rischi ci sono, e ci saranno, anche per i consumatori italiani. Alle prese con una progressiva riduzione del (reale) potere d’acquisto, si sono indirizzati verso prodotti cinesi che non garantiscono livelli sufficienti di qualità e neppure di salubrità e di sicurezza. D’altronde la produzione italiana è diventata troppo cara per milioni di italiani.

Ci sono, però, anche notevoli opportunità. La Cina investe nella modernizzazione dell’agricoltura, e l’Italia è all’avanguardia nel settore. La Cina investe nella sicurezza alimentare e l’Italia (con la torinese Agroinnova) è il riferimento di qualità a livello mondiale. La Cina investe sul sistema sanitario ed il modello è l’italiana DiaSorin. Ma c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Pechino, per crescere, ha bisogno delle tecnologie avanzate. Di quelle europee più ancora che di quelle nordamericane. La scelta di acquistare una quota rilevante di Pirelli va in questa direzione. E per le imprese italiane le alternative sono solo 3: sparire, schiacciate dalla concorrenza asiatica; vendere l’azienda ai cinesi, sempre pronti allo shopping delle imprese che valgono; investire e diventare un punto di riferimento insostituibile, vendendo prodotti materiali ed immateriali invece delle quote societarie. Ma per essere i numeri 1 occorre investire in tecnologie, in macchinari e, soprattutto, in cervelli. Occorre comprendere che la qualità dei collaboratori si paga, e si paga bene. Se no, la cessione dell’azienda o la chiusura tout court sono inevitabili.