Mantenere una presenza navale nel Mediterraneo grazie alla base di Tartus. Riacquistare un ruolo centrale nel Grande Medio Oriente e nel processo di ridisegno degli equilibri geopolitici che lo caratterizza in questi anni turbolenti. Ribadire che la visione del mondo unipolare è ormai da archiviare. Dimostrare sul campo l’efficacia dei nuovi sistemi d’arma prodotti dal proprio apparato industriale della difesa (anche in chiave pubblicitaria per l’export). Ci sono tutti questi motivi all’origine dell’intervento russo in Siria. E ciascuno di questi è stato oggetto di analisi ed approfondimenti nel corso del corso degli ultimi due anni. Tuttavia c’è un elemento spesso sottovalutato nelle analisi dedicate alla scelta del Cremlino di partecipare al conflitto in Siria con un dispiegamento di mezzi che non si vedeva, probabilmente, dai tempi dell’intervento sovietico in Afghanistan del ’79: secondo i servizi di sicurezza russi sarebbero oltre 9mila i jihadisti provenienti dalla Russia e dagli altri paesi dell’ex Unione Sovietica attualmente impegnati in Siria ed Iraq.

E’ stato lo stesso presidente Putin, nel corso di un incontro con gli ufficiali della Flotta del Nord, a fornire i dati raccolti dell’Fsb: 4mila combattenti russi e 5mila “ex sovietici” sono schierati sul campo. In particolare i russi che combattono sotto la bandiera del Califfato rappresentano –secondo i servizi d’intelligence – la terza componente etnica, dopo tunisini e sauditi, all’interno dell’esercito multinazionale dell’Isis, composto da combattenti provenienti da ben 80 nazioni diverse. Naturalmente il bacino di reclutamento dei jihadisti russi è il Caucaso settentrionale, abitato da popolazioni mussulmane. Spiccano, per numeri e ruolo, i ceceni. Molti dei comandanti e dei capi politici del Califfato sono originari, infatti, proprio della piccola repubblica caucasica parte della Federazione Russa.

E’, dunque, ben comprensibile come la guerra che si combatte in Siria ed Iraq abbia per Mosca anche una valenza “domestica”. Più volte i servizi di sicurezza, anche turchi, hanno segnalato la possibilità di attivazione di cellule combattenti nel Caucaso. Non solo nella parte russa, ma anche in Azerbaigian e Georgia. E per chi, come Mosca, ha già fatto esperienza di un duro confronto con l’estremismo islamico (le due guerre cecene combattute a cavallo tra gli anni ’90 ed i primi del 2000 non sono così lontane) si tratta di un allarme da non sottovalutare.

Suonano così decisamente meno retoriche le parole rivolte da Putin ai militari russi impegnati in Siria: “Lontano dai confini del Paese state tuttavia contribuendo alla sicurezza della Federazione Russa”. Sicurezza che significa non solo tenere sotto controllo le cellule dormienti ed i resti della militanza cecena presenti nel Caucaso, ma anche evitare che il ritorno dei combattenti dal fronte siro-iracheno possa innescare fenomeni terroristici o, peggio ancora, di guerriglia all’interno dei confini della Federazione Russa. E per i russi, evidentemente, il miglior sistema di prevenzione è l’eliminazione dei combattenti islamici ben lontano dai confini della Federazione: nel deserto di Palmyra o nell’aspra regione a nord di Aleppo. Un’interpretazione moscovita del si vis pacem, para bellum di romana memoria.