C’era una volta la globalizzazione. Un meccanismo forse ben congegnato ma fragile, caduco. Con buona pace dei cantori della “fine della Storia” la realtà ha frantumato il sogno (o l’incubo?) di un sistema mondo universalista e liberista. In una manciata d’anni, più o meno un lustro, gli scenari internazionali sono mutati, cambiati. Fragorosamente, violentemente.

Nulla o quasi è più come prima. Il Levante, il Medio Oriente è imploso, archiviando dopo un secolo le frontiere disegnate al Cairo, nel primo dopoguerra, da Churchill, Cox, Lawrence e Gertrude Bell. Assieme ai vecchi confini imposti da Londra e Parigi, sono tracollate anche le costruzioni statuali, gli ordinamenti, i regimi, le economie. I disastri d’Iraq, Siria, Libia, Yemen s’intrecciano oggi con le derive autoritarie egiziane (in versione post nasseriana) o neo ottomane di Erdogan, con gli intrighi dell’asse arabo sunnita (Arabia Saudita e Qatar), le opache manovre israeliane e le ipotesi spericolate della ierocrazia iraniana.

Un calderone ribollente, inzuppato di petrolio, denari, armi in cui antiche e nuove volontà di potenza si scontrano (per poi mediare), si alleano (per meglio tradire e colpire l’avversario), si ritrovano (per poi combattersi ancora). Una follia, almeno apparentemente. In realtà sul Mediterraneo allargato e dintorni si confrontano, elidendosi o sovraponendosi, più disegni e progetti. Tutti ambiziosi e contrastanti.

Per di più, dato preoccupante, non si tratta di un arco di crisi limitato, definito. Il terrorismo ultrà sunnita (una variabile ormai autonoma dai suoi callidi sponsor) non solo colpisce in Europa ma si inerpica pericolosamente verso il Caucaso, l’Asia centrale, sino a lambire la Cina. Come in epoca zarista, a vegliare sui confini dell’Eurasia, fortunatamente, vi è una Russia nuovamente imperiale e determinata ma — nell’attesa di comprendere la portata di una eventuale rottura trumpiana — a tutt’oggi osteggiata e insidiata in profondità dal blocco euro-americano russofobico.

È il caos globale, come significativamente Amedeo Maddaluno, promettente ricercatore, ha intitolato il suo interessante saggio “sulla geopolitica e strategia dopo la globalizzazione”. Il lavoro è un’ottima e sintetica guida per orientarsi e cercare di comprendere il movimento tellurico che sta scuotendo in profondità gli equilibri mondiali. L’autore evita verità di comodo e narrazioni desuete e buoniste (quelle, per intenderci, che tanto piacciono al mesto Severgnini and friends..) e indaga con lucidità sui fili portanti delle guerre dichiarate e delle guerre coperte oggi in corso. Ecco allora le motivazioni della fallimentare politica obamiana, gli interessi strategici dei sauditi e dei qatarioti, la tragedia degli esodi di massa, le inconfessabili complicità del terrorismo e gli sporchi traffici con l’Isis. Ma non solo. Maddaluno non si rassegna (a ragione) all’inettitudine dell’Europa e, soprattutto, dell’Italia e traccia, riprendendo gli spunti di Marcello Veneziani, Giano Accame e Beppe Niccolai sulla “ideologia italiana”, alcune ipotesi di lavoro interessanti seppur troppo sintetiche.

Unico neo del lavoro (oltre ai troppi refusi) il capitolo dedicato al c.d “islamofascismo”. Pur negando ogni validità scientifica alla famigerata definizione (non a caso tanto cara a Ferrara), l’autore dimentica il fondamentale saggio di De Felice “Il Fascismo e l’Oriente” e non chiarisce a sufficienza differenze e affinità tra l’esperienza mussoliniana e le correnti laiche e nazional-popolari arabe (il nasserismo in primis) pre e post belliche. Un argomento su cui vale la pena riflettere e approfondire.

 

 

Amedeo Maddaluno

IL CAOS GLOBALE

Geopolitica e strategia dopo la globalizzazione

Aracne editore, Roma 2017

pp.gg 175 – euro 11.00