Gian Micalessin, collaboratore della RAI e de Il Giornale è uno dei più famosi corrispondenti di guerra italiano.

Da quasi trent’anni è presente —  dall’Afghanistan al Libano dalla Somalia al Ruanda — sulla “linea del fuoco”. Per vedere, capire e raccontare. Senza complessi e reverenze verso i dogmi del “politicamente corretto”.

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro dedicato alle trame nucleari e terroristiche pakistane.

A molti  il soggetto del mio ultimo libro “Pakistan, il santuario di Al Qaida”  sembrerà quasi esoterico. Perchè occuparsi del Pakistan? Perchè tornare indietro fino gli anni ’80 per ricostruire le complesse trame dei servizi segreti di Islamabad coinvolti ora  nel traffico del nucleare, ora nell’appoggio più o meno esplicito al terrore fondamentalista? Perchè gran parte  dei problemi da cui dipendono sicurezza ed insicurezza,  globale partono da lì. Il furto di segreti e tecnologie  nucleari che  consente  al Pakistan di  dotarsi della bomba atomica è lo stesso che  alimenta  la proliferazione nucleare d’Iran e Corea del Nord. Le attività di  Osama Bin Laden e dei fondatori di  Al Qaida sono iniziate sui territori d’Islamabad e  -sempre lì – è stato inventato e costruito  il movimento talebano.  E proprio l’instabilità pakistana è all’origine delle paure di Barack Obama preoccupato  che Al Qaida possa impossessarsi di una testata atomica.

Il Pakistan è una nazione artificiale inventata a tavolino dagli inglesi nel 1947 e rimane tutt’oggi un paese sottosviluppato, fragilissimo, sull’orlo del fallimento. Come ha potuto trasformarsi in un pericolo per la sicurezza internazionale?

Per capire  perchè il Pakistan    sia  diventato il crogiuolo dell’insicurezza internazionale bisogna andare a ritroso fino al   fatidico 1979, l’anno in cui   l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. Quell’invasione  trasforma il Pakistan del generale dittatore Zia Ul Haq nel migliore  alleato  degli Stati Uniti. E’ ovviamente  un’alleanza di comodo innescata dalla necessità di opporsi  al comune nemico sovietico. Ma il fiume d’armi, munizioni e denaro che l’America mette a disposizione di Islamabad non arma solo la resistenza  afghana.  I servizi segreti d’Islamabad   collaborano con gli Usa a condizione di avere il totale controllo degli aiuti transitati attraverso il loro paese e convogliano quelle forniture verso i gruppi più fondamentalisti della resistenza. Quegli stessi gruppi  accolgono tra le propri fila migliaia di volontari  in arrivo dai quattro angoli della galassia islamica  per combattere gli infedeli russi. Il Pakistan   di Zia Ul Haq coltiva in gran segreto una visione geopolitica assai discordante con quella  di Washington.
Mentre l’America punta a logorare l’Armata Rossa in una sfiancante guerra per procura, il dittatore  Zia Ul Haq e i generali alla guida dei servizi segreti  non dimenticano il loro nemico principale, quell’India contro cui hanno combattuto dal 1948 tre sanguinose guerre. Nei piani di  Zia Ul Haq   il Pakistan deve diventare il portabandiera di un alleanza islamica e anti-indiana  al fianco di Afghanistan e Iran khomeinista. In questa visione s’inseriscono le mire atomiche e l’appoggio  a quell’internazionale islamica da cui nasceranno  Al Qaida e il terrorismo fondamentalista.  Per il Pakistan  conseguire  l’atomica significa pareggiare i conti con l’India protagonista già negli anni 70 dei primi test  nucleari.

È qui entra il scena il “dottor Stranamore” di Islamabad, un personaggio da Spy story…

Appunto. A regalare la bomba ci pensa Abdul Qader Khan.  Nel 1974 il futuro padre dell’atomica pakistana,   appena assunto in  uno stabilimento  olandese per l’arricchimento dell’uranio,  non esita a trafugare i segreti nucleari dell’Occidente. Quello scippo segna l’inizio di un’affascinante e complessa  spy story   lunga 30 anni nel corso della quale le  spie di Islamabad befferanno ripetutamente l’Occidente   sottraendogli tecnologie e componenti nucleari.  Abdul Qader Khan  e le spie di Islamabad  non si accontentano di regalare  la bomba atomica al proprio paese. Mentre mettono a punto le proprie testate atomiche  ne rivendono i segreti all’Iran e alla Corea del Nord. Solo un’operazione segreta messa a segno nel porto di Taranto da Cia e 007 inglesi con la collaborazione del servizio segreto italiano costringono Gheddafi ad ammettere che lo Stranamore pakistano A. Q Khan sta  vendendo anche a lui  piani e tecnologie nucleari.

E arriviamo all’incontro tra i militari pakistani e il  terrorismo islamico.

Certo. Lo snodo pakistano  è cruciale anche per la nascita del terrore fondamentalista. Con il ritiro sovietico  il Pakistan si ritrova a controllare un immenso arsenale e un’internazionale islamica indispensabile per alimentare il conflitto del Kashmir e controllare il vicino Afghanistan. Così sono i servizi segreti  pakistani a creare e manovrare i talebani e sono sempre i servizi segreti di Islamabad a garantire il passaggio in Afghanistan di Osama Bin Laden alla metà degli anni 90. Quell’appoggio fin troppo evidente continua fino al 2001 quando – all’indomani dell’11 settembre – gli Stati Uniti chiedono al Pakistan di sceglier tra una nuova alleanza  e un ritorno all’età della pietra. La minaccia americana induce il generale Pervez Musharraf  a riavvicinarsi all’America e a disfarsi di quelle componenti dei servizi segreti più colluse con Al Qaida e  talebani. Ma è una mossa di facciata.

Un gioco delle tre carte, insomma.

Gli esponenti dei servizi segreti costretti   alle dimissioni si trasformano nei  manovratori di quegli apparati deviati  che continuano a collaborare con Al Qaida, dare ospitalità ad Osama Bin Laden, garantire appoggi ai terroristi attivi nel Kashmir indiano e vanificare i tentativi americani di mettere le mani sui capi del terrorismo. Questa doppia e occulta regia segna la storia recente del Pakistan ed  è all’origine di molti misteri  e casi irrisolti come il rapimento e la decapitazione del giornalista americano Daniel Pearl, l’assassino di Benazir Bhutto, gli attentati terroristici di  Mumbai e il micidiale attentato che lo scorso 30 dicembre consente ad un  kamikaze di Al Qaida di uccidere in un solo colpo  sette uomini della Cia, tra cui i responsabili della caccia ad Osama Bin Laden.

Una situazione apparentemente senza via d’uscita.

Non è detto. La spietata lotta intestina che  lacera il Pakistan  è ormai vicina all’epilogo. Se vinceranno i generali e i capi dei servizi segreti più vicini  all’Occidente  sarà  possibile sconfiggere Al Qaida, mettere fine all’infiltrazione dei talebani che fanno del Pakistan una retrovia del conflitto afghano e arginare quel terrore integralista che ogni anno  miete migliaia di vittime innocenti. Se vinceranno gli apparati deviati  vicini al terrore integralista la nazione pakistana si dissolverà  e  l’incubo di Barack Obama si trasformerà in cupa realtà. Per la prima volta un gruppo terrorista avrà accesso ad un arsenale nucleare e potrà usare l’arma atomica per colpire e minacciare i propri  nemici.