Il complesso scenario siriano potrebbe presto vedere un nuovo attore calcare la scena: le forze armate di Pechino sarebbero pronte, infatti, a sostenere l’attesa “spallata” dell’Esercito Arabo Siriano contro l’ultimo grande bastione islamista rappresentato dalla provincia di Idlib. Offensiva data per imminente da più fonti – anche se difficilmente sarà finalizzata all’eliminazione totale della presenza terrorista nella regione, più probabilmente ad una riduzione dell’area controllata dalle diverse fazioni islamiche –, cui questa volta a russi, iraniani ed hezbollah libanesi potrebbe aggiungersi anche il contributo cinese. Un supporto, quello offerto da Pechino a Damasco, in questi anni più volte dato per imminente, ma mai realmente concretizzatosi. Almeno finora.

Nei giorni scorsi, però, è stato lo stesso ambasciatore cinese in Siria Qi Quianjin a sottolineare, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano al Watan, come la Cina voglia partecipare “in qualche modo” alla lotta del governo siriano contro il terrorismo “a Idlib ed in qualsiasi altra parte della Siria”. Come l’intervento cinese possa poi concretizzarsi è tutto da vedere: in passato non sono mancate voci sulla possibile partecipazione di reparti scelti dell’Esercito Popolare alla campagna siriana, ma Pechino potrebbe anche decidere di puntare sull’invio di reparti aerei e non di truppe di terra.

A dispetto di queste aperture e delle ipotesi circolate nei mesi scorsi non è detto, però, che il sostegno del governo cinese si concretizzi nell’invio di un corpo di spedizione in Siria: per Pechino – meno per Damasco – potrebbe essere sufficiente aver reso evidente la propria disponibilità a sostenere Assad anche sul campo. Un messaggio forte e chiaro per gli altri attori internazionali presenti sulla scena: la Cina è intenzionata ad essere uno degli attori presenti nel Mediterraneo orientale. Quella che continua – questa sì senza dubbi – è la collaborazione tra Cina e Siria nel campo dell’intelligence e, più in generale, della cooperazione militare tra i due Paesi.

Ma da dove deriva l’interesse cinese per la Siria? O meglio, la decisione di sostenere il governo di Assad? Sono almeno tre i motivi che fanno di Pechino un “alleato naturale” di Damasco: uno di carattere geopolitico, un altro economico e l’ultimo di sicurezza interna.

Ed è proprio quest’ultimo – probabilmente – il più importante per il governo cinese. Sono circa 5mila – stando alle fonti di intelligence – i miliziani uiguri che in questi anni hanno combattuto sotto le insegne del Califfato in Siria ed Iraq e sono oggi presenti in diverse formazioni islamiste schierate nella provincia di Idlib. Provenienti dalla regione cinese dello Xinjiang, gli uiguri costituiscono una robusta minoranza etnica di religione mussulmana e, soprattutto, rappresentano da anni una spina nel fianco di Pechino: la regione – strategico crocevia verso l’Asia centrale e l’Occidente, nonché ricca di risorse energetiche e minerali – è da tempo attraversata da fremiti indipendentisti. Fermenti che si sono tradotti in azioni terroristiche non solo nello Xinjiang, ma anche in altre regioni cinesi. Ovvio, dunque, che Pechino abbia interesse non solo a tenere sotto controllo l’azione dei combattenti uiguri in Siria ed Iraq, ma più ancora a combatterli lontano dallo Xinjiang, scongiurando il pericolo del rientro in patria di “foreing fighters” che potrebbero alimentare la guerriglia indipendentista, forti della propria esperienza al fronte.

Quanto all’aspetto economico alla base di un possibile intervento militare della Cina in Siria c’è da considerare l’interesse con cui Pechino guarda alla ricostruzione del Paese al termine – apparentemente prossimo – della guerra. Miliardi di dollari di investimenti saranno necessari per rimettere in piedi le infrastrutture e l’apparato produttivo siriano, commesse e spazio d’azione che fanno gola alle imprese cinesi. Le quali, però, necessitano di una cornice di sicurezza ben maggiore di quella attuale per poter entrare in azione. Contribuire a porre fine al conflitto partecipando all’eliminazione delle sacche che ancora resistono al governo di Damasco – o, più probabilmente, raggiungere l’equilibrio individuato ad Astana tra Russia, Turchia ed Iran – consentirebbe alle imprese cinesi di iniziare a prendere parte alla spartizione della ricca torta della ricostruzione siriana.

Infine, ma non per ultimo, c’è da tener presente come ormai Pechino da tempo abbia deciso di mettere piede nelle calde acque del Mediterraneo. Lo sviluppo di nuove vie di penetrazione commerciale verso l’Europa, quelle stesse che hanno portato la maggioranza della società che gestisce il porto del Pireo in mani cinesi, è una delle priorità del governo cinese, che tanto sta investendo nella realizzazione della “nuova via della seta”. Un investimento che è contemporaneamente economico e politico e, lì dove il caso lo richiede, anche militare.

 

Ps. Ogni paragone con il modesto impegno europeo nello scenario siriano – quasi sempre a traino della posizione americana – è semplicemente improponibile. Almeno l’Italia, pur non brillando, ha avuto un merito: non recidere – a livello informale ed ufficioso – i legami con il governo e gli apparati di sicurezza di Damasco, tanto da essere oggi di fatto il tramite obbligato nei rapporti tra siriani ed europei.