In questi giorni la stampa si è occupata dell’accordo intervenuto nell’Unione Europea per una – molto limitata – ripartizione dei profughi africani giunti in Italia in alcuni Paesi europei, cosa peraltro ancora da verificare e da attuare. Nello stesso mese di luglio, il presidente del consiglio Renzi è stato in Etiopia ed in Kenia, dove si è incontrato con i massimi vertici di quei Paesi ed ha dichiarato che bisogna investire in quei Paesi per favorire lo sviluppo. Mentre l’imprenditore Rinaldi – dopo essere stato immotivatamente arrestato e torturato in Guinea – è potuto rientrare in Italia raccontando le sue traversie, altri quattro lavoratori italiani sono stati sequestrati in Libia. E, intanto, gli arrivi degli immigrati clandestini e profughi provenienti dall’Africa non s’interrompono. Però tutti questi eventi coinvolgono solo l’Unione Europea, peraltro molto parzialmente, e l’Italia in particolare: manca un interlocutore, ossia l’Africa, territorio di partenza degli immigrati.

Tutto ciò c’induce a fare alcune considerazioni sui rapporti tra l’Unione Europea e gli Stati africani. Rapporti che sono stati dettagliatamente regolati in un “Convenzione” internazionale sottoscritta a Cotonu, nel Benin, il 23 giugno 2000, in sostituzione della precedente e più nota “Convenzione di Lomé” che doveva essere modificata in quanto non più rispondente alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio istituito nel frattempo.

Tale “Convenzione”, sottoscritta da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e dai Paesi della cosiddetta “ACP” (Africa, Caraibi, Pacifico) stabilisce fondamentalmente un’area di libero scambio delle merci tra quei Paesi e l’Unione Europea. Ma la Convenzione succitata non dice solo questo, non è un accordo commerciale e basta. Com’è ormai consueto nelle relazioni internazionali, contiene anche articoli dedicati alla democrazia, ai diritti umani, allo “stato di diritto”, all’indipendenza della magistratura, al divieto di discriminazioni, e via dicendo. E tutto ciò, commercio e diritti vari, dovrebbe – secondo l’art. 8 – essere oggetto di “un regolare dialogo politico approfondito, equilibrato e globale, per l’assunzione d’impegni da entrambe le parti”.

Vi è poi un ampio capitolo dedicato proprio alle migrazioni (art. 13 e seguenti) in cui è scritto: “La questione delle migrazioni è oggetto di un approfondito dialogo… ciascuno Stato accetta il rimpatrio dei propri cittadini presenti illegalmente sul territorio di un altro Stato e li riammette sul proprio territorio su richiesta di detto Stato senza ulteriori formalità”.

Ci sembra una definizione molto chiara, ed allora ci domandiamo: lo Stato Italiano ha mai fatto appello a questa Convenzione per pretendere dai Paesi di provenienza degli immigrati clandestini il loro rientro?

Ed aggiungiamo: visto che la Convenzione si esprime lungamente a sostegno dei diritti umani, del divieto di discriminazioni religiose, sessuali ed etniche, della democrazia, delle regole dello “stato di diritto”, dell’indipendenza della magistratura e via dicendo, perché non si è protestato formalmente, richiamandosi a quella Convenzione, per esempio nel caso di Rinaldi trattenuto ingiustamente in carcere in Guinea e sottoposto a torture e sevizie? Perché non si richiede ai Paesi che notoriamente hanno dei regimi oppressivi violando i diritti politici ed umani (ad esempio, l’Eritrea ma anche altri) di cambiare metodi politici?

L’arma, sia pure debole, ci sarebbe: la disdetta dell’applicazione di quella Convenzione nei confronti di quei determinati Paesi che non controllano l’emigrazione, impiegano sistemi repressivi e polizieschi, adottano discriminazioni (ad esempio, nei confronti degli affiliati a religione diversa da quella dominante che in quei casi è l’islamismo ovvero delle donne): disdetta che significa cessazione del libero scambio di merci e degli aiuti della cooperazione internazionale.

Fra l’altro, la stessa Convenzione ha anche stabilito d’istituire un’assemblea interparlamentare paritetica tra Unione Europea ed Africa alla quale partecipa una delegazione di parlamentari europei. Per l’Italia vi sono – tra membri titolari e supplenti – diciotto parlamentari, di cui è stranamente prevalente la presenza di “5 Stelle” con ben dieci persone (forse vogliono fare un po’ di turismo esotico…) mentre il Pd è rappresentato dalla ben nota Kienge e da altri tre parlamentari non molto noti; il centrodestra ne ha quattro (Buonanno e Salvini della Lega Nord; Mussolini Alessandra e Pogliese per Forza Italia).

L’ultima assemblea si è tenuta nello scorso mese di giugno nelle Isole Fijj, mentre è interessante notare che alla precedente assemblea di Strasburgo dell’1/3 dicembre scorso l’argomento “migrazioni” è stato così indicato nel resoconto finale: “ Il dibattito sulle migrazioni ha dovuto essere cancellato all’ultimo minuto, insieme agli altri argomenti esposti dalla Commissione Europea, perché la presidenza italiana di turno del Consiglio Europeo (ossia, Renzi) era impegnata per un voto importante al parlamento italiano”! Certamente quest’assemblea parlamentare congiunta ha tutti i limiti delle assemblee, discorsi e documenti programmatici senza seguito.

Però l’Unione Europea potrebbe benissimo affrontare l’argomento “migrazioni” convocando una conferenza internazionale ad hoc con i Paesi africani più importanti al fine di stabilire un percorso comune di contrasto all’immigrazione clandestina in Europa, in cambio della cooperazione economica e commerciale. Fra l’altro, l’Italia – che è la maggiore vittima di questa situazione – ha il potere d’iniziativa, tramite la Mogherini, commissario agli affari internazionali. Ciò sarebbe motivato dal fatto che le dimensioni assunte in questi ultimi mesi dall’immigrazione rendono la questione prioritaria per la sua eccezionalità, drammaticità e per i problemi sociali ed economici che comporta.

Ma in realtà l’Unione Europea è del tutto assente in politica estera e non attua alcuna iniziativa autonoma sia sul fronte europeo (Ucraina-Russia) sia su quello del Vicino Oriente (Siria-Libia-Isis) sia in particolare verso tutto il continente africano. Sarebbe però opportuno che qualche gruppo politico aprisse, al Parlamento Italiano, un dibattito proprio su questa questione, l’immigrazione ed il rapporto con i Paesi sottoscrittori della Convenzione di Cotonu, al fine di sollecitare la Commissione Europea, il Parlamento Europeo ed il Ministero degli Esteri (e della Cooperazione Internazionale) italiano interventi attivi.