Il bombardamento della base siriana di Al Shairat ad opera degli Stati Uniti è l’ultimo in ordine di tempo di una serie di interventi militari americani in Medioriente dal dopoguerra ai giorni nostri. E non tutti hanno portato conseguenze politiche positive o hanno contribuito a stabilizzare l’area. Anzi.

Il primo intervento militare risale al 1958, negli anni della presidenza Eidenhower, che cinque anni prima aveva approvato l’azione della Cia volta alla rimozione in Iran del primo ministro eletto Mohammad Mossadeq e al reinstallo dello Shah Mohammad Reza Pahlevi.

Su richiesta del presidente Camille Chamoun, gli Stati Uniti inviano truppe in Libano, occupando anche l’aeroporto. Siamo negli anni della formazione della Repubblica araba unita (Rau) tra Siria ed Egitto, che divide il Libano al suo interno: i cristiani maroniti, con il presidente Camille Chamoun in testa, vogliono rimanere nel campo occidentale, mentre gran parte della comunità musulmana, in parte rappresentata dal primo ministro Rashid Karami, vuole unirsi alla Rau. Inizia una ribellione armata dei musulmani, e il contestuale rovesciamento della monarchia in Iraq spinge Chamoun a richiedere l’intervento americano. Le truppe statunitensi si ritireranno poi a ottobre 1985. Trenta anni più tardi, dopo aver preso parte dal 1982 alla forza multinazionale durante la guerra civile in Libano.

Nell’aprile 1986 durante la presidenza di Ronald Reagan, le forze aeree e navali statunitensi bombardano alcune installazioni militari nella Libia di Gheddafi nell’operazione conosciuta col nome di “El Dorado Canyon”, in risposta all’attacco libico ai danni della flotta Usa, che stava conducendo esercitazioni nel Golfo di Sirte.

Nel 1980, peraltro, le forze aeree statunitensi erano giunte nel Sinai nell’ambito dell’Operazione “Bright Star”, volta all’addestramento delle truppe egiziane, nell’ambito degli accordi di pace di Camp David del 1979 tra Egitto e Israele.

Nel gennaio 1991, la guerra del Golfo: il presidente americano George Bush ordina all’aviazione militare americana – poi all’interno di una coalizione Onu – di attaccare le forze irachene che si erano appena rifiutate di abbandonare il Kuwait, alleato americano. A fine febbraio, la coalizione a guida statunitense lancia un’offensiva di terra che nel giro di cinque giorni induce al ritiro delle truppe di Saddam Hussein. L’offensiva si conclude il 28 febbraio 1991, con la morte di un migliaio di civili kuwaitiani, circa 3000 civili iracheni, 25000 soldati iracheni e quasi 300 della coalizione guidata da Washington.

Gli attacchi dell’11 Settembre 2001, infine, inducono G.W. Bush jr a inaugurare la “War on terror”. Meno di un mese dopo gli attentati alle Torri Gemelle, prende il via l’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan, contro al Qaeda e i Talebani. Ad essa si aggiungerà, nel marzo 2003, l’Operazione “Iraqi Freedom” in Iraq, condotta da una coalizione che include anche Regno Unito, Australia e Polonia, e volte alla rimozione di Saddam Hussein. Il rovesciamento del regime di Saddam però non porta ai risultati sperati. Al contrario, la regione si destabilizzerà ulteriormente.

Nel 2011, infine, gli Stati Uniti saranno i promotori dell’intervento in Nord Africa a supporto della cosiddetta “Primavera Araba”. L’abbattimento del dittatore Gheddafi in Libia, però, aprirà il vaso di Pandora dell’espansione jihadista nel Mediterraneo.