Suez è stata un’antica suggestione, oltre che un luogo geografico. Essa si è intrecciata con la storia del Mediterraneo e ne è divenuta parte. Essenziale, strategica, vitale. Una suggestione che nel corso dei secoli si è fatta politica, e pure ha alimentato  incontri  e scontri tra civiltà. Non solo un istmo, uno stretto, una via di comunicazione che ha determinato lo svolgimento della storia di popoli e si è rivelato cruciale per il “governo” del Grande Mare, ma soprattutto il canale che ha mutato la storia del mondo nelle varie fasi in cui la natura umana ha inteso forzare quella che sembrava immutabile legando il Mediterraneo al Mar Rosso e avvicinando continenti e culture, popoli e costumi, credenze e fantasie.

Non sappiamo se il 17 novembre 1869 i potenti d’Europa che con trenta navi, partiti da Porto Said, attraversarono il Canale per inaugurarlo formalmente, anche se era già “attivo” da tempo, si rendevano conto che il loro “passaggio” era il coronamento di una sfida durata qualche millennio, a far data dal tentativo di aprire uno spazio tra il Nilo ed il Mar Rosso da parte del faraone Sesostri III. E se qualcuno aveva informato l’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, l’imperatore Francesco Giuseppe, Federico Guglielmo di Prussia ed altri potenti del tempo che sventolando i loro gonfaloni varcarono lo stretto aprendo una nuova era, che intorno al 600 avanti Cristo era stato il faraone Neco II ad iniziare lo scavo decisivo che sarebbe durato un tempo infinito, ben più di quanto immaginassero Erodoto e Diodoro Siculo che documentarono la genesi dell’impresa. Sta di fatto che in quell’anno, ricco di eventi in preparazione e foriero di altre suggestioni che avrebbero attraversato l’Europa ed il Mediterraneo, l’attraversamento solenne del Canale di Suez apriva al mondo nuove prospettive, ben più gravide di conseguenze di quanto si potesse prevedere.

suezCe lo ricorda Marco Valle, autore di un libro – meritoriamente finalista al Premio Acqui Storia –  superbo per profondità e stile, ricchezza di analisi e puntualità descrittiva, seducente come un grande romanzo: Suez. Il Canale, l’Egitto e l’Italia. Da Venezia a Cavour, da Mussolini a Mattei (Historica, pp.332, € 22), che all’impresa ha dedicato studi rigorosi in anni di ricerche i cui risultati ha trasfuso nelle pagine che sinceramente abbiamo ammirato come esempio di una storiografia che non si limita alla notazione del fatto, ma s’intriga nello scavo dietro di esso. E scavando Valle non soltanto ha riportato all’attenzione del lettore (ma anche degli studiosi distratti) l’origine perduta nel tempo di un sogno che sarebbe diventato realtà nel corso del lunghissimo avvicendarsi di statisti, ingegneri, costruttori, umili operai che in quantità incalcolabile diedero la vita per la realizzazione di un’idea che non era soltanto tesa a unire mondi vicini eppure tanto lontani, ma ad aprire prospettive culturali e dunque politiche, commerciali, finanziarie e a dare corpo ad avventure su cui si sarebbero esercitati sognatori di professione e viaggiatori curiosi e temerari.

Suez è, con tutta evidenza, la concretizzazione di un percorso intellettuale di tipo faustiano del quale, probabilmente, in pochi, applicandosi alla realizzazione del Canale, si resero conto. Forse, tra gli statisti di vaglia, soltanto visionari come gli imperatori Traiano ed Adriano (particolarmente legato all’Egitto al punto di riprodurre nella sua fastosa villa di Tivoli il porto in miniatura di Alessandria) ebbero la percezione di cosa significasse dare uno sbocco al Mediterraneo verso il sud semplicemente (si fa per dire) “tagliando” un pezzo di terra. Il Grande Mare, per utilizzare la definizione di David Abulafia, aveva bisogno di espandersi, di incontrare altre civiltà, di immettere l’idea della grandezza Romana oltre i confini che la natura sembrava precludere ad essa. Ecco la ragione “alta” di una ambizione “moderna”.

E quando, con il passare del tempo, dopo il 1498, a sei anni dall’impresa di Colombo, un tale Vasco da Gama sconvolge il mondo circumnavigando ciò che era ritenuto impossibile, ecco che il Canale di Suez riprende vigore. Il Mediterraneo musulmano e quello cristiano, superate le rotte della diffidenza, ognuno per parte sua si adoperano a far sì che la suggestione diventi storia. Una storia nella quale c’entrano molti italiani, a cominciare da Luigi Negrelli, suddito di Sua Maestà asburgica, ma italianissimo, che trovò proprio in Austria gli stimoli giusti per portare il suo decisivo contributo alla realizzazione del Canale cui non era indifferente un grande conservatore non privo di visione dell’avvenire: il principe di Metternich.

Ripercorrendo le tappe, tutte, ma proprio tutte, del lungo cammino verso quella che per tanti è stata l’ottava meraviglia del mondo, Valle non dimentica i “canalisti” italiani, da Torelli a Gioja a Calindri e l’interesse davvero sorprendente di Cavour che vide prima degli altri un destino italiano in quell’Istmo dove morirono centoventimila egiziani (nell’epoca moderna beninteso) che avevano tutto il diritto di rivendicare il loro diritto a gestirlo ben oltre gli egoismi storici della Gran Bretagna e della Francia che allora come sempre, come oggi, non hanno mai rinunciato ad intessere un “grande gioco” spesso crudele e sanguinoso nel Grande Mare a scapito delle stesse genti mediterranee. Se ne rese conto per tempo il declinante impero Ottomano che attraverso improbabili viceré egiziani intendeva gestire la partita di Suez alla sua maniera, levantina e priva di prospettive politiche concrete, almeno fino a quando la storia s’incaricò di rovesciare il Divano di Costantinopoli e trascinare nella rovina l’Egitto dalla quale, tuttavia, grazie anche alle attenzioni italiane, prima di Mussolini, poi, più tardi di uomini lungimiranti come Enrico Mattei, seppe riprendersi nel nome di un nazionalismo che non nascondeva una politica di potenza pan-araba.

Quando all’orizzonte apparve un giovane ufficiale, Gamal Abdel Nasser, quell’equilibrio mediterraneo vanamente invocato da Mussolini, ed incentrato proprio sulla rotta di Suez, sembrò sul punto di concretizzarsi. E l’opera ingegneristica del francese Lesseps, vero “padre” del Canale, sembrò riprendere nuova vita. C’era bisogno di una rivoluzione perché l’Istmo rifiorisse e spaventasse almeno un po’ le grandi potenze.

Il 26 luglio 1956, meno di un secolo dalla “grande traversata” del Canale, Nasser insediatosi al potere dopo aver cacciato i residui di una monarchia negligente e invisa al popolo, in un interminabile discorso nel quale citò per ben quattordici volte il nome di Lesseps tanto per far capire a chi si doveva e con quali scopi la realizzazione dell’opera che era di tutti, ma che soprattutto apparteneva agli egiziani. L’appropriazione da parte del “giovane” Egitto del Canale fu il primo atto di un nazionalismo che avrebbe dato i frutti sperati almeno nel breve termine. La nazionalizzazione si compiva, il sogno egiziano lungo secoli appariva nella sua potenza, un popolo trovava il proprio orgoglio mediterraneo ed il grande gioco dei colonialisti franco-britannici dovette arrestarsi almeno alll’apparenza. Per quanto sul piede di guerra, gli anglo-francesi erano soli. L’Italia, tanto per cominciare, non li  assecondava. Ed il nostro Paese ebbe un ruolo importante nella nuova politica mediterranea finalizzata anche all’approvvigionamento petrolifero che ebbe in Mattei il genio che ridusse le Sette Sorelle all’impotenza.

Tutto ciò, e molto altro ancora, come documenta Valle, s’iscrive nella storia di Suez. “Un’arteria centrale del sistema mondo”, la definisce l’autore di questo saggio. Ma anche una idrovia che non ha smesso di esercitare il suo ruolo tra Mediterraneo e Medio Oriente e Africa tanto da essere “una formidabile risorsa economica, una sfida geopolitica, un simbolo d’indipendenza”. Certo, Suez è e deve rimanere egiziano. Il Canale non si tocca anche se su di esso di addensano nubi preoccupanti. Ma non si può e non si deve dimenticare che, dalla notte dei tempi,  è stato “posseduto” da uomini e popoli che avevano un disegno più lungimirante rispetto ai politicanti ed agli affaristi contemporanei. Perciò consideriamo il leggendario Istmo un passaggio di civiltà del quale legittimamente il Mediterraneo prolunga se stesso nel sottile filo liquido spargendo altrove e assumendo da altri elementi di civiltà. Suez è il paradigma di un mondo che non c’è eppure è stato visto. Forse in una notte di plenilunio, per esempio, da Adriano che immaginava un mondo di diversità armonizzato dallo spirito romano che dispiegasse se stesso dalla Britannia alle mitiche sorgenti del Nilo.