Inutile accanirsi su Gianfranco Fini. Tutto è chiaro. Purtroppo. L’uomo ha sbagliato tempi, modi e frequentazioni. Lo sappiamo. Ma nessuno (a parte i suoi residui fans) lo ha mai giudicato un genio, per i più era un abile manovratore e (talvolta) un buon tattico. Almeno sino alla morte del suo mentore, Pinuccio Tatarella. Niente di più, niente di meno.

Gianfranco non è mai stato uno stratega, uno statista, un pensatore. Ma, da vecchio giocatore di poker qual’è, per un attimo (il 2010) ha sognato di ribaltare il tavolo e vincere la posta. Colpa di Napolitano, che lo illuse, prospettandoli un “futuro luminoso”. Follia. Nella sua crociata antiberlusconiana  — non del tutto errata ma poi deviata verso strambi lidi — alcuni amici, in ottima fede, lo seguirono, altri, non amici e meno onesti, lo convinsero d’essere una “risorsa della Repubblica”. La fine è nota, inutile ripercorrere le tappe.

In tutto questo brutto casino vi è però qualcosa che non quadra. Gianfranco è un noioso, un presuntuoso, ma non è un truffatore o un ladro. È un truffato e (sua autodefinizione) un coglione, un vero coglione.

Ci conosciamo e baruffiamo dal 1977, da via Paduina, la sede del FdG triestino e, poi, da via Mancini a Milano. Non siamo mai andati d’accordo. Ecco perchè concordo con Gianfranco quando si riconosce un perfetto imbecille. Ci sta. Con i Tulianos, l’uomo ha bruciato le ultime carte, ma “qualcuno” sapeva, firmava, taceva ed intascava. Da qui il fastidio  verso gli accusatori dell’ultima o penultima ora. Gli ex moschettieri del “Fini, Fini, nuovo Mussolini”. I plaudenti di sempre.

I soldi di Corallo & co. sono, molto probabilmente, nelle tasche del cognato e “amici” vari e vagano tra Dubai, Caraibi e Montecarlo. Inutile, perciò, inferire su un cadavere politico e su un uomo tradito, immiserito e forse (secondo le voci romane) a rischio manette. A fare giustizia (quella vera) ci penserà la contessa Colleoni. Dall’al di là. Amen.