Poco seguite dai media italiani, ma probabilmente molto più importanti delle elezioni austriache o ceche. Le elezioni che in Giappone hanno visto la vittoria di Shinzo Abe quasi certamente avranno nel prossimo futuro ricadute geopolitiche non secondarie, e non solo nello scacchiere dell’Estremo Oriente. Il riconfermato primo ministro giapponese è infatti ben intenzionato a mandare in soffitta, una volta per tutte, non solo e non tanto i limiti imposti dalla costituzione pacifista voluta dagli Stati Uniti nel 1947, quanto il “complesso di colpa” che ancora oggi in parte grava sulla società giapponese per la politica espansionista degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso.

Una “colpa collettiva” solo in parte simile a quella che tuttora, anche se in maniera via via meno incisiva, ancora condiziona la società e la politica tedesche. A chiamare il Giappone a dismettere i panni del gigante economico che è al contempo un nano politico-militare è la complessa situazione geopolitiche dell’Estremo Oriente. Oltre che il desiderio stesso della potenza dominante – ma per quanto ancora? – di un ruolo più attivo da parte degli alleati: Washington, insomma, è stanca di pagare per tutti le spese della politica di contenimento della Cina. E dunque per Tokyo si aprono spazi di manovra impensabili fino a solo un ventennio fa.

Spazi di manovra che Abe ha già dimostrato di saper abilmente utilizzare. E che oggi una maggioranza ampia alla Camera Bassa consente di gestire al meglio. Con 283 deputati, cui si aggiungono i 29 del partito alleato Komeito, Shinzo Abe non solo può varare in tranquillità il proprio esecutivo, ma supera la soglia dei due terzi dei voti necessari a modificare la costituzione. In particolare ad abrogare le clausole definite genericamente “pacifiste”, ovvero quello che fanno dello strumento militare di Tokyo un mero apparato difensivo. Del resto fin dal nome, Forze di Autodifesa, le forze armate giapponesi mostrano la propria vocazione.

Ma la modifica della costituzione imposta dai vincitori del 1945 ha ben altro valore, anche sul piano simbolico. Rappresenta, infatti, la piena presa di coscienza da parte di ampi settori della politica e della società giapponese del ruolo che Tokyo può e vuole giocare sulla scena internazionale. Anche assumendo posizioni non perfettamente coincidenti con quelle degli Stati Uniti. Una “certificazione” del superamento del complesso della sconfitta. E si badi: solo una certificazione. Perché il processo è cominciato già da tempo. E in questo Abe ha giocato un ruolo non secondario, anche sotto il profilo simbolico: basti ricordare le visite al santuario scintoista di Yasukuni, dove vengono ricordati i caduti di guerra giapponesi. E’, tuttavia, sul fronte dell’azione politica che il Giappone mostra il suo nuovo volto: è sufficiente, del resto, dare uno sguardo al potenziamento della flotta per rendersene conto. Per la prima volta dal 1945 la marina giapponese mette in mare navi che, pur pudicamente definite “incrociatori portaelicotteri”, rappresentano il primo passo verso il varo di navi portaerei.

Certo la crisi missilistica con la Corea del Nord e le tensioni con la Cina per il possesso delle isole Senkaku rendono più agevole il compito di Abe sotto questo profilo. Ma non bisogna dimenticare che, discretamente, già da tempo le forze armate giapponesi hanno iniziato a prendere parte a missioni internazionali. E se in un primo tempo con compito logistici e sanitari, in seguito con un profilo “combat” sempre più pronunciato.

L’ampia vittoria di Abe, in definitiva, con tutta probabilità consegnerà alla storia il Giappone nato dalla sconfitta della seconda guerra mondiale. Per l’impero del Sol Levante si profila all’orizzonte un ruolo di crescenti responsabilità in uno scenario internazionale non facile. Se il “nuovo” Giappone riuscirà a vincere la sfida geopolitica del XXI secolo è tutto da vedere, anche se le premesse perché la partita sia giocata al meglio ci sono tutte.