Accomodatosi da pochi giorni sulla poltrona di Ministro degli Esteri che fu dell’indimenticato Angelino Alfano, Giggino Di Maio fa la voce grossa. Il ragazzo di Pomigliano d’Arco non ha gradito l’intervento del premier ungherese Viktor Orban che ad Atreju ha osato dire che “In Italia il governo s’è separato dal popolo: la sinistra sta riprendendo il potere dappertutto, facendo entrare i migranti e aumentando le tasse”.
Come sappiamo la lingua batte dove il dente duole e il neoministro, già in difficoltà per fatti suoi, se l’è presa a male reagendo stizzito: “Orban eviti inutili ingerenze – ha tuonato Giggino dalla Farnesina – non permetto a nessuno di giudicare o attaccare l’Italia, men che meno a chi fa il sovranista ma con i nostri confini. Orban non conosce il popolo italiano, parli quindi del suo popolo, se vuole, non del nostro”.


Che un leader straniero possa avere un’opinione sull’Italia solo se e quando piace a Di Maio è già un’idea piuttosto bislacca, ancora di più se ad esprimerla così rumorosamente è uno che delle “inutili ingerenze” nei confronti di un paese straniero (la Francia tra flirt con i gilet gialli ed elucubrazioni sul franco CFA) ne aveva fatto una maldestra strategia politica provocando un incidente diplomatico senza precedenti.


Ma come sappiamo al gran ballo della politica estera sono cambiati sia la musica che la dama. Quelli che prima ci definivano “vomitevoli” e richiamavano istericamente gli ambasciatori ora lanciano struggenti messaggi d’amore; il ministro francese Bruno Le Maire, ad esempio, secondo il quale il nuovo governo italiano sarebbe “un’opportunità unica per dare un nuovo slancio alle relazioni franco-italiane su tutti i temi economici e finanziari, ma anche per dare nuovo impeto alle relazioni italiane con tutta l’Eurozona e l’Unione Europea”, nel più puro stile italiota (più che francese) del “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto/chi ha dato, ha dato, ha dato/scurdámmoce ‘o ppassato….”.


Difficilmente, quindi, sentiremo il Ministro degli Esteri grillino scagliarsi con altrettanta veemenza contro le vere ingerenze anti italiane, quelle realmente dannose, quelle dei burocrati di Bruxelles, presenti e futuri, e dei loro mandanti che non perdono mai l’occasione di sparare a zero sull’Italia e sugli Italiani solo per difendere i loro interessi a scapito dei nostri. Anche perchè il principale di Giggino, cioè l’avvocato Giuseppi, da solerte maggiordomo trasformista ha già provveduto a mettersi a disposizione.


Eppure se Di Maio proprio volesse provare a fare sul serio il Ministro degli Esteri un caso clamoroso di inammissibile ingerenza negli affari italiani ci sarebbe. Pochi giorni fa, in occasione del centenario dell’impresa di Fiume, in piazza della Borsa a Trieste è stata collocata una statua di Gabriele D’Annunzio che si affianca a quelle di Umberto Saba, Franz Kafka e James Joyce già presenti in altri luoghi della città. L’idea non è andata giù alla presidentessa croata Kolinda Grabar Kitarovic, per la quale i rapporti con l’Italia “si fondano oggi su valori in totale contrasto con tutto quello che ha fatto colui al quale è stata dedicata la scandalosa statua della discordia”. Una presa di posizione fuori luogo subito seguita da un gesto ancora più assurdo e scomposto come la nota di protesta consegnata all’ambasciatore d’Italia con la quale la Croazia “condanna nel modo più deciso” il posizionamento della statua del Vate “proprio nella giornata che marca il centenario dell’occupazione di Fiume. E’ un atto che contribuisce a turbare i rapporti di amicizia e di buon vicinato tra i due Paesi”. Amicizia e buon vicinato tutti da dimostrare, ovviamente.


Se dietro a questa inammissibile presa di posizione non ci fosse la storia che tutti noi (ma non metterei la mano sul fuoco per Giggino) ben conosciamo, l’episodio sarebbe tutto sommato comico: come può il capo di uno stato estero permettersi di interferire in quel modo con la collocazione di statua nella piazza di una città in territorio italiano? Sarebbe come se il governo italiano protestasse con quello inglese per il colore delle cabine telefoniche di Londra o con quello tedesco per le bancarelle dell’Oktoberfest.


Qui però c’è molto di più, c’è di mezzo Trieste con tutta la sua tragica storia recente e le molte ferite ancora aperte. Il fatto quindi è grave e non dovrebbe essere archiviato così semplicemente, abbozzando, come se fosse un episodio di folklore slavo-balcanico. Eppure da parte italiana non risultano reazioni: non pervenuto (come sempre in questi casi) il Presidente della Repubblica, troppo occupato a genuflettersi di fronte a Macron il Presidente del Consiglio e, per l’appunto, troppo impegnato a concionare sul problema sbagliato il neo Ministro degli Esteri.


Mentre attendiamo pazientemente (e invano) che qualcuno in Italia batta un colpo, per le prossime proteste diplomatiche croate c’è solo l’imbarazzo della scelta. Alla signora Grabar Kitarovic segnaliamo la provocatoria proposta di intitolare a Gabriele d’Annunzio l’Aeroporto di Pescara e, soprattutto, l’esistenza del Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera. Se è “scandalosa” l’innocua statua di Trieste figuriamoci il luogo che più di ogni altro esalta la bieca occupazione della città croata di Rijeka. Per favorire l’amicizia e il buon vicinato tra Croazia e Italia la sua chiusura immediata sarebbe sicuramente opportuna.