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Mentre non è ancora chiaro quale sia la reale situazione a Tripoli dopo il tragicomico sbarco in gommone di Fayez al Sarraj, premier designato (da stranieri) di un presunto “governo legittimo” che dovrebbe riportare – non si sa bene come – l’ordine in Libia, i trombettieri del renzismo non hanno perso tempo e hanno iniziato a costruire la consueta narrazione celebrativa delle meravigliose opere del governicchio del boy scout toscano.

Apprendiamo così (Carlo Panella su Huffington Post) che Paolo Gentiloni, Marco Minniti e il nuovo mediatore ONU Martin Kobler avrebbero compiuto un vero “capolavoro politico” apportando alla questione “una novità concettuale di eccellente scuola”.

Secondo questa narrazione agiografica, il governo Renzi, in persona del ministro Gentiloni e in team col tedesco Kobler, inventando la soluzione al Serraj avrebbe trovato una soluzione politica miracolosa al problema libico, rintuzzando e ridimensionando le “pulsioni belliche” di Parigi e Londra e mettendo a tacere “l’isteria interventista che infuriava sui media, apertamente ispirata da “fonti” della Difesa”.

Il Presidente Mattarella sarebbe addirittura intervenuto personalmente con Barak Obama per “mettere in sordina le voci dell’amministrazione Usa filo interventiste.”

Quindi un governo deciso e lungimirante ed istituzioni concordi e coese.

Se non siamo al cinergiornale Luce poco ci manca.

Particolarmente grottesco e misero è il tentativo di scaricare sui vertici militari, che notoriamente non possono né rispondere né difendersi, l’improvvisazione e la confusione che hanno caratterizzato nelle scorse settimane le contraddittorie e fumose dichiarazioni del governo.

Sarebbe tutta colpa dei vertici militari, intenti a “conquistare un ruolo e un peso nelle sedi militari internazionali più che a perseguire una strategia vincente in Libia” e che per questo “nonostante la contrarietà del ministro Pinotti” (peraltro sempre più spaesata ed inadeguata alla parte) avrebbero indebitamente ispirato una campagna bellicista fortunatamente bloccata dal buon senso di Renzi, provvidenzialmente intervenuto (in televisione più che in parlamento) al momento opportuno.

L’idea di generali e ammiragli che per loro fini particolari scavalcano il Ministro della Difesa cercando di forzare il governo a fare – non si capisce come – la guerra è solo ridicola ed inverosimile; fa parte di un vecchio schema collaudato che, mischiando il solito scaricabarile all’italiana con vecchie reminiscenze di apparati e organi (più o meno) “deviati”, risulta buono per tutte le stagioni,

In realtà la situazione in Libia è molto più complessa e non bastano certo una visita in Moschea o un caffè in Piazza del Martiri per stabilire se al Serraj sia in grado di controllare il paese.

La partita è ancora tutta da giocare, e lo si farà su due fronti principali: quello economico e quello politico-militare.

Il primo fronte ha quattro nomi: Bank of Lybia che ha continuato ad operare da Malta, LIA e LAIAM, i due fondi sovrani libici con partecipazioni consistenti in molte importanti società in tutto il mondo (da noi Finmeccanica, Unicredit, ENI, FCA, poi Economist, Halliburton, Chevron, Exxon Mobil e molte altre) e soprattutto la NOC, la compagnia petrolifera di stato.

In questi anni questi enti hanno continuato ad operare e ad incassare royalties e dividendi e sono ricchissimi di liquidità, di cui al momento non è ben chiaro che utilizzo venga fatto.

Al Serraj sa perfettamente che controllare una cassa che dispone di decine di miliardi di dollari significherebbe controllare un paese in cui il potere, sin dai tempi dell’Impero Ottomano, si regge sugli accordi di spartizione delle ricchezze tra i vari clan e tribù.

Come ha dichiarato a Repubblica un collaboratore di al Serraj a proposito delle milizie ribelli di Tripoli “stiamo provando a comprarceli, a garantire a ciascuno di loro un futuro, un ruolo, lavori e appalti per le loro aziende”.

Come ben sappiamo, non è stata l’invenzione mediatica della primavera araba a provocare la ribellione contro Gheddafi ma lo squilibrio, divenuto negli anni sempre più grave e, alla fine, intollerabile, a favore del suo clan nella distribuzione delle risorse economiche.

Per questo il primo atto del nuovo “governo” è stato incontrare i capi degli enti economici che per il momento sembrerebbero disponibili a riconoscerlo come unica autorità costituita.

Ma in una situazione fluida, priva di solidi riferimenti istituzionali e nella quale contano soprattutto le convenienze del momento i cambi di campo sono all’ordine del giorno e i colpi di scena sempre possibili.

La possibilità che al Serraj possa ottenere l’effettiva disponibilità dei miliardi libici e, soprattutto, che possa conservarla nel tempo è tutta da dimostrare.

Sul versante politico-militare i fronti aperti, invece, sono due: l’ISIS e il generale Khalifa al Haftar.

Per quanto riguarda l’ISIS lo stesso mediatore ONU Martin Kobler ha esplicitamente dichiarato che l’unica opzione possibile per eliminare il problema è quella militare, e già questo dovrebbe dimostrare che la necessità di un intervento armato non è solo un’invenzione interessata di generali esaltati.

Si tratta, invece, di capire chi al momento opportuno metterà le armi e le truppe necessarie.

Difficile ipotizzare che i libici, o per lo meno quelli di loro che decideranno di schierarsi contro i tagliagole, possano farcela da soli; una coalizione militare internazionale è già da tempo allo studio, ma sul suo eventuale e futuro impiego non esiste nulla di certo.

Di sicuro la lotta all’ISIS richiederà un impegno serio e gravoso sotto tutti i punti di vista; vedremo chi sarà in grado di farvi fronte concretamente e chi si limiterà alle chiacchiere in TV e via twitter.

L’unico esercito organizzato ed efficiente operante un Libia è al momento quello del generale Khalifa al Haftar, l’uomo forte di Tobruk ed acerrimo nemico di al Serraj e del tentativo di creare un “governo legittimo”.

Sostenuto pesantemente, sia politicamente che militarmente, da Francesi e Inglesi il generale ha oramai il controllo della Cirenaica e si appresta a liberare Bengasi dall’ISIS.

I suoi alleati europei, da sempre ostili agli interessi italiani in Libia, dopo avere scatenato il caos ora cercano di approfittare della situazione a beneficio, soprattutto, delle proprie potenti compagnie petrolifere (a quanto pare quelle francesi trivellano anche in Italia con metodi non troppo ortodossi) che con Gheddafi delle risorse libiche vedevano solo le briciole.

Per i Francesi si tratta anche di consolidare il controllo sulle zone al confine col Ciad, che già controllano militarmente, un’area ricca di uranio da sempre nelle loro mire e a suo tempo oggetto di una disputa col governo di Mussolini.

Per questo Francia e Inghilterra hanno abbondantemente rifornito di armi Haftar, da mesi appoggiano con i loro aerei le sue operazioni e hanno mandato interi reparti, eufemisticamente definiti “consiglieri militari”, ad affiancare le sue milizie.

Un particolare evidentemente sfuggito alla narrazione renziana, che non si è mai accorta che in Libia gli stivali sulla sabbia ci sono già, sono molti, tutti europei ma rigorosamente non italiani.

Forse è questo a preoccupare, giustamente, i nostri Stati Maggiori.

Ritenere che Haftar, che controlla l’esercito più potente ed organizzato del paese ed è sostenuto da due membri importanti del Consiglio di Sicurezza, una volta raggiunto il pieno controllo della Cirenaica si faccia giudiziosamente da parte a favore di un “governo”, privo di forza propria e che ha sempre avversato, solo perché lo chiedono l’ONU e l’Italietta renziana è, ovviamente, una pia illusione.

Intanto ha già chiesto di dividere in due la NOC per acquisire il controllo dei pozzi della Cirenaica.

Altra pia illusione è sperare che Francia e Gran Bretagna rinunzino puramente e semplicemente alle loro mire sull’area grazie al presunto “capolavoro politico” del governo italiano, sino ad oggi tagliato fuori da ogni decisione che conta, ritenuto poco credibile e per questo poco rispettato, in Europa e altrove, e mai ascoltato su nessun tema importante (a cominciare dall’immigrazione).

Molto più probabile e realistico lo scenario che prevede, dopo aver sloggiato l’ISIS, la spartizione della Libia: Tripolitania ad al Seraj (se dura) con l’Italia, Cirenaica ad Haftar con Inglesi, Francesi ed Egitto, da sempre favorevole a questa soluzione.

Già, proprio l’Egitto di al Sisi, player chiave nell’area, col quale l’Italia, come se non bastasse, si è ritrovata da un giorno all’altro in una posizione difficile per via del caso Regeni, che ha travolto come una frana le buone relazioni tra i due paesi.

Potrebbe essere solo una disgraziatissima coincidenza o forse no.

Quello che è certo è che se si dovesse arrivare alla spartizione non mancherà di sicuro la solita fanfara renziana che ci spiegherà che perdere l’influenza politica su metà (o più) Libia ed il controllo commerciale sulle relative risorse è un capolavoro diplomatico del governo e dei suoi ministri, che avranno trovato così la soluzione migliore per tutti (ma non per l’interesse nazionale).