Soffiano alle nostre porte gelidi venti di guerra e, una volta di più, la classe politica nostrana si rannicchia aspettando e sperando che la bufera passi in fretta. Intanto, al di fuori dei palazzi del potere, le contrapposte tifoserie si accendono, esasperando e volgarizzando ogni dibattito, ogni confronto, ogni ragionamento. Il nostro peso sugli eventi mondiali è nullo ma quasi nessuno sembra preoccuparsene. È il destino di un Paese a sovranità limitata che ha scelto un’eterna vacanza della Storia. Amen.

Eppure vi fu un tempo in cui le élites misuravano con pragmatismo gli scenari globali e valutavano con ponderazione e realismo quali e dove fossero gli interessi nazionali. Fu il caso, come ci ricorda Giocchino Volpe ne “Il popolo italiano nel primo anno della Grande Guerra”, dell’intervento del 1915. Si tratta di un prezioso inedito del massimo storico italiano del Novecento, ritrovato e pubblicato da Eugenio Di Rienzo — autore di una poderosa introduzione — e Fabrizio Rudi. Un testo importante, per nulla agiografico e tanto meno retorico che ci riporta al clima infuocato della prima fase del conflitto con riflessi evidenti — non a caso, come nota Di Rienzo, fu redatto tra il 1942-43 — sull’ormai imminente catastrofe bellica.

Volpe, fedele alle lezioni di Tucidide e Weber, ben sapeva che solo la coniugazione di coraggio e prudenza e dunque il giusto dosaggio di offensiva e difensiva sono gli ingredienti dell’agire strategico. Una consapevolezza e una lungimiranza che l’autore riconosce alla filiera liberal-risorgimentale stretta attorno al governo Salandra e a lungo indecisa se restare neutrale, affiancarsi agli austro-turco-tedeschi o combattere con l’Intesa. Al netto dell’irruenza degli interventisti e delle narrazioni ideologiche scioviniste e germanofobiche, Volpe offre infatti una lettura degli eventi basata sulla real politik: l’opzione per Londra e Parigi fu il risultato di un freddo, razionale calcolo dei rapporti di forza militari ed economici e le prospettive— allettanti e poi, come noto, disattese dopo la vittoria— di vantaggi territoriali.  Il «sacro egoismo» teorizzato Salandra.

Per l’Italia, «grande potenza solo a titolo di cortesia», una scelta obbligata da affrontare con «un esercito povero di quadri e con difficoltà a reclutarli, in una Nazione dove mancava vecchia nobiltà di tradizione guerriera e solida borghesia industriale, abituata a comandare e inquadrare gli uomini, la milizia territoriale esisteva solo sulla carta, e la grande massa dei militarmente abili non era istruita». Accanto alle lacune castrensi vi era poi un tessuto industriale modesto, apparentemente inadatto ad affrontare un’economia di guerra, la cronica mancanza di materie prime e un sistema infrastrutturale inadeguato. Per il regno sabaudo si prospettava — come fu per il Portogallo e la Grecia — un ruolo marginale, subalterno agli alleati, nella speranza di una guerra possibilmente brevissima.

Ma incredibilmente, sorprendendo alleati e nemici, la piccola Italia di Salandra e Cadorna (figura ampiamente rivalutata dall’autore), di Sonnino e del socialista Bissolati («l’uomo nuovo dell’interventismo») seppe mobilitarsi e trasformarsi. Una classe dirigente certamente imperfetta, anzi litigiosa e a volte ottusa, ma capace di reggere e guidare dignitosamente l’immane sforzo bellico. Il merito principale, come Volpe racconta con passione, fu però dell’armata al fronte — «il popolo in grigio-verde» — a sua volta sorretta dall’intera società civile. Il popolo italiano, per una volta coeso, seppe affrontare le inedite difficoltà con dedizione ed entusiasmo, mettendo all’angolo le politiche disfattiste della teocrazia romana e ignorando il «mormorio parlamentare».

Tra le pagine più interessanti del lavoro segnaliamo la parte in cui lo storico abruzzese analizza lucidamente la diffidente distanza tra l’Intesa e il Regno. Volpe ritrova negli esordi del conflitto i prodomi della «vittoria mutilata» fissando i continui punti di disaccordo tra l’Italia e gli alleati, invero poco amici.  Non a caso la grande stampa e l’opinione pubblica occidentale si disinteressarono del teatro italiano, ignorando la grama sorte delle popolazioni italofone in territorio austro-ungarico (pari se non superiore al molto propagandato “martirio” del Belgio) e il duro impegno del nostro esercito. Ricordiamo a proposito che solo nel 1917 Rudyard Kipling — il cantore di Britannia e Nobel per la letteratura — visiterà il fronte italiano appassionandosi talmente alle imprese degli alpini da scrivere “La guerra nelle montagne”, rieditato qualche anno fa da Mursia.   

Tornando alla diagnosi volpiana — e agli approfondimenti di Di Rienzo — già nel primo anno di guerra erano evidenti la caducità del Patto di Londra e le profonde divergenze sui futuri assetti postbellici riguardo l’Adriatico, i Balcani, i possedimenti coloniali e le aree d’influenza. Nei disegni imperiali dei franco-inglesi vi era poco, pochissimo spazio per le disturbanti aspirazioni italiane e presto le solenni assicurazioni si ridussero ad un chiffon de papier. Una somma di nodi irrisolti che s’ingroviglieranno definitivamente nel 1919 alla conferenza di Versailles. Aprendo la strada all’avventura fiumana e alla successiva esperienza mussoliniana che Volpe, nazionalista liberale, affiancherà in modo critico per tutta la sua durata.

Gioacchino Volpe

Il popolo italiano nel primo anno della Grande Guerra

Piccola Biblioteca della Nuova Rivista Storica

Roma, 2019. Ppgg.303, euro 10,00