In queste settimane si parla molto dei cosiddetti “voucher”, sui quali è stato proposto un referendum che preoccupa il governo per il suo esito, simile a quello sulla Costituzione. Vogliamo quindi spiegare quale sia la questione relativa a questi “voucher”, la quale però s’inquadra in una questione più generale – e più preoccupante – che è quella della questione giovanile in Italia.

I voucher sono dei “buoni lavoro” orari, dal valore attuale di 10 euro lordi di cui 2,50 per contributi previdenziali ed infortunistici, che furono indicati legislativamente nel 2002, all’epoca delle riforme delle normative sul lavoro proposte dal giuslavorista Marco Biagi assassinato dalle “nuove brigate rosse”. Essi erano definiti come “lavoro accessorio” e furono regolamentati nel 2008 dal Ministro del lavoro Sacconi limitandoli ai lavori occasionali agricoli (vendemmie e simili) con il limite di 5.000 euro pro capite annui. Era esclusa la loro applicazione a qualsiasi altro tipo di attività lavorativa. Poi, prima il governo Monti e poi ancora di più quello Renzi, ne estesero l’uso a tutte le attività economiche tra cui quella dell’edilizia elevando anche il limite annuo pro-capite a 7.500 euro.

In tal modo, i voucher sono ammontati alla bellezza di 130 milioni di ore annue, equivalenti – per chi utilizza totalmente l’ammontare – a circa 18.000 lavoratori, ma sono in realtà quasi il doppio. Si tratta prevalentemente di giovani, chiamati a svolgere piccole mansioni di collaborazione con imprese o singoli: in effetti, è un altro esempio di lavoro precario.

Perché non dobbiamo dimenticare che vi sono i lavori precari “istituzionalizzati” con contratti a termine, a progetto, “in affitto” (interinali) pagati molto poco e senza garanzia di stabilità. L’esempio dei call-center, con il caso recente del fallimento della società “Almaviva” (a suo tempo protetta dai governi Prodi), che solo a Roma comporterà 1600 licenziamenti, è indicativo.

Vi è infine la massa enorme dei giovani che non studiano, non lavorano, non imparano un mestiere come apprendista o stagista (i cosiddetti “Neet”): sono la bellezza del 36% di quelli tra 18 e 34 anni, equivalenti a circa quattro milioni di persone.

Ed infine, come dimenticare gli oltre 100.000 giovani che ogni anno emigrano all’estero, in questa fallimentare Unione Europea o negli Usa (quando possono arrivarci) per fare i camerieri o gli inservienti od i commessi nonostante a volte siano in possesso di una laurea?

Ecco, questo è il drammatico quadro della situazione della gioventù italiana, una situazione senza speranza e senza prospettive che non è stata mai vissuta in questo modo nell’ultimo secolo. Disoccupazione, precarietà, emigrazione: questa è la prospettiva dei giovani che non siano figli di papà collocati nelle università dove lavorano i genitori (esempio Fornero-Deaglio o Martone) o retribuiti dalle coop (come Manuel Poletti), ed altri esempi simili si potrebbero fare.

Questo è certamente l’effetto delle politiche di liberalizzazione e di globalizzazione attuate nell’ultimo quarto di secolo (una generazione!) dagli infami trattati europei e da una visione mercantilista della società, dove gli uomini sono considerati “merce” intercambiabile (significativo è il fatto che un tempo gli uffici aziendali preposti ai lavoratori si chiamavano “uffici del personale” ed adesso invece “direzione delle risorse umane”: risorse, come l’energia, il ferro, i computer).

Ma vi è anche un effetto perverso che ha agito parallelamente sulla mente e sull’anima giovanile, ipnotizzandola e narcotizzandola. Si è lentamente instillato in loro l’idea che non esiste comunità sociale, aziendale o nazionale; che ognuno deve pensare a sé stesso; che – darwinianamente – solo i più spregiudicati ed i meno idealisti possano avere successo; che il denaro è l’unico elemento di distinzione e di qualificazione. Insieme a ciò, i giovani sono stati distolti da qualsiasi spinta ideale, che è sempre stata tipica del mondo giovanile: al posto degli ideali nazionali, sociali e morali per cui vale la pena d’impegnarsi e battersi, sono stati prospettati falsi miti, quali quelli della musica rock e pop, dei concerti di massa (sintomatico è il concerto del 1° maggio, indetto a Roma dalla “triplice”, sindacale, per “neutralizzare” lo spirito di ribellione!), del sesso libero e trasgressivo al posto dell’amore di coppia per costituire una famiglia, e delle droghe vere e proprie.

Se oggi i giovani sono costretti a vivere senza speranze e senza prospettive, tutto ciò ne è la causa. Ma la colpa è però anche loro: non sanno battersi per sé stessi, non conoscono più alcun ideale perché è stato detto loro che sono finite le ideologie (ma benedetto era il tempo in cui ci si batteva tra fascisti e comunisti, per affermare – ciascuno a modo suo – una società più giusta!), vivono impauriti, incoscienti del futuro, passivi.

Tutto ciò mi ricorda un vecchio film di fantascienza intitolato “Zardoz” del 1974, avente per protagonista Sean Connery, che immaginava una società in cui i giovani venivano allevati quasi come animali al pascolo (li chiamavano “apatici”) per poi essere usati da un meccanismo guidato da pochi “eletti” che si definivano “immortali”. Sembra quasi un’anticipazione dei nostri tempi…

Una volta la gioventù nazionale urlava nei suoi cortei e scriveva sui suoi manifesti “Svegliati Europa!”: ma adesso, il primo impegno è quello di dire ai nostri figli, fratelli, fidanzati, nipoti: “Giovane, sveglia, riprenditi il tuo futuro, sbarazzati degli immortali”. E questo dovrebbe essere l’impegno primario delle organizzazioni politiche che si definiscono “sovraniste”, perché la prima “sovranità” è quella della propria libertà di pensiero e di azione: educare i giovani alla presa di coscienza di sé stessi ed alla rivolta contro un sistema che sta uccidendo i popoli.