.Nuovo capitolo nella politica medio orientale. Come in un giostra i leader arabi sunniti dopo averlo combattuto (finanziando terroristi e miliziani), isolato e maledetto ora si appprestano a riabbracciare Bashar al-Assad. Entro l’estate la Siria dovrebbe essere riammessa fra le nazioni “sorelle” che la avevano espulsa dalla Lega araba del 2011. Un passaggio fondamentale per avviare il mega affare della ricostruzione del Paese. Servono oltre 400 miliardi di dollari ma a Damasco le casse sono vuote e gli alleati russi e iraniani non hanno fondi sufficienti, quindi servono i petroldollari degli sceicchi del Golfo. Pecunia non olet…

Nulla di strano o di imprevedibile. Dopo la lunga guerra civile ormai quasi vinta (restano da riconquistare solo la provincia di Idlib e il Nord-Est controllato dai guerriglieri curdi appoggiati dagli Stati Uniti) per Assad è tempo di «tornare alla normalità». Basta con i rancori e le minacce, è arrivato il momento della pace e degli affari. Con astuzia il governo di  Damasco sta approfittando della nuova spaccatura all’interno del mondo sunnita. Da una parte Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e tutti in governi tecnocratici e modernizzatori nemici dei Fratelli musulmani. Dall’altra i sostenitori della micidiale Fratellanza, a partire dal Qatar.

Tutto è iniziato ad ottobre quando Assad ha lanciato su un giornale del Kuwait la possibilità di «una intesa importante» con i Paesi arabi e pochi giorni dopo il suo ministro degli Esteri Walid al-Muallem ha abbracciato all’assemblea dell’Onu il collega del Bahrein Khalid bin Ahmed al-Khalifa. Un segnale importante. Sono subito seguite — anche grazie alla mediazione dell’ Aga Khan, il potente e ricchissimo “papa” degli ismailiti che sta ricostruendo il centro di Aleppo — la riapertura delle ambasciate di Bahrein, Emirati Arabi, Kuwait. La Giordania ha riaperto il valico di frontiera di Nassib e la linea aerea Dubai-Damasco è stata prontamente riattivata. Libano, Iraq e Algeria non hanno mai rotto le relazioni e ora spingono per la riammissione immediata nella Lega Araba. L’Egitto di Al Sisi resta per il momento prudente ma nella lotta agli estremisti sunniti la collaborazione viaggia a pieno regime. Il capo dei servizi siriani Ali Mamluk fa la spola con il Cairo ed è stato due settimane fa nella capitale saudita, dove avrebbe visto Mohammed bin Salman, il sulfureo erede al trono. Un incontro cruciale.

L’Arabia Saudita è infatti l’ultimo ostacolo alla pacificazione generale. Riad pretende da Damasco un segnale anti-Iran e non vuole litigare con gli Usa. Eppure qualcosa si sta muovendo nel regno saudita con la sostituzione del ministro degli Esteri Adel al-Jubeir con il più morbido Ibrahim al-Assaf. A sua volta la Turchia di Erdogan, ingombrante vicino, ha ammesso che potrebbe «lavorare con Assad se fosse rieletto in voto libero e corretto». Ricordiamo che le presidenziali sono previste nel 2021, a dieci anni dall’inizio della guerra civile.

Più complessa la normalizzazione con l’Europa. Francia e Gran Bretagna hanno smentito le voci sulla riapertura delle loro ambasciate mentre l’Italia è possibilista: Salvini è per l’apertura immediata ma la Farnesina frena. L’ennesimo braccio di ferro (tutto nostrano) tra nomenklatura e politica.