Francamente sapere chi ha ragione nello scontro epocale tra Bruti Liberati, procuratore capo della Repubblica di Milano e il suo aggiunto, una specie di vice, Robledo poco ci importa. Sembrano due dischi rotti, l’uno contro l’altro recitano di continuo la medesima commedia, cambiando solamente i nomi degli attori. Il primo dice che il secondo, avviata un’indagine parallela all’inchiesta in corso, ha danneggiato le sue indagini. Il secondo dice che il primo, ritardando speciosamente determinati atti di questa indagine, ha danneggiato la sua. Almeno così si capisce da questo polpettone meneghino!
Purtroppo non c’è un terzo super partes, se ci fosse dovrebbe tacitarli in funzione della suprema legge del ridicolo.
Il secondo ha presentato un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro Bruti Liberati. E fin qui va bene, si tratta della corretta prassi per le liti fra magistrati quando vengono portate all’esterno. E non consumate all’interno dei loro polverosi uffici.
Ma ciò che al cittadino pare più grave è che gli amministratori della giustizia non si rivolgono, per avere torto o ragione, alla giustizia. Quella vera, quella per tutti.
Infatti, uno accusa l’altro di danneggiare o rallentare delle delicate indagini su casi di gravissima corruzione. L’altro fa più o meno lo stesso. Ma allora non nasce il sospetto di un interesse di parte? Ma non meriterebbe questo un’indagine vera e propria, quella fatta dalla procura della Repubblica competente? Cioè quella di Brescia, con tanto di carabinieri che accertino se uno dei due, oltre alla lite da cortile che li sta contraddistinguendo, non abbia commesso qualche reato?
Un normale cittadino, blasonato meno, forse sarebbe già nelle patrie galere per un sospetto del genere. Quantomeno sarebbe indagato, quantomeno sarebbe tartassato da ufficiali di polizia giudiziaria con tanto di carte e cartuccelle sottoscritte dal giudice di turno.
Qui no, si attacca a fondo, si spara con grossi calibri, si chiede la decapitazione dell’altro, ma tutto all’interno. All’interno di quella che ormai agli occhi del cittadino, anche quando non lo è, sembra una consorteria.
Ed è qui il punto. Poco ci importa chi vincerà, come abbiamo detto, poco ci importa chi sarà il futuro procuratore capo di Milano. Nulla ci interessa degli eventuali provvedimenti disciplinari, si fa per dire, adottati dal CSM nei confronti dell’uno o dell’altro. Fatti loro.
Quello che invece ci importa, e ci importa davvero molto, è l’ulteriore – e questa volta insanabile  – danno all’immagine della giustizia italiana. Giustizia che non se la passa bene, che è già e piena di critiche da parte di mezzo mondo e che viene processata quasi quotidianamente anche in televisione ed a causa degli sgangherati processi per questo o quell’omicidio mediaticamente importante.
Quello che dovrebbe far capire ai due contendenti è che esiste qualche cosa di superiore alla giustizia stessa, e addirittura di superiore a ciò che pare che mettano al vertice degli interessi: la loro carriera.
La superiorità del concetto che richiamiamo è quello della serenità del cittadino di fronte al sistema giudiziario. Questa viene quotidianamente distrutta da fatti del genere. E non è solo colpa di Bruti Liberati o di Robledo, è colpa di una categoria che, al 90 per cento, è fatta da cittadini-giudici che la pensano come noi. Ma che, al 100 per cento, è fatta da cittadini-giudici che non aprono mai la bocca contro i pochi ammalati di protagonismo che infestano la categoria. I quali, spesso, anche quando non è vero, proiettano l’immagine di chi non persegue collettivi, ma di parte!
Forse vale la pena di ricordare un’uscita, sarcastica come sempre, di Giulio Andreotti: “Perché la stupenda frase «la giustizia è uguale per tutti» è scritta alle spalle e non davanti ai magistrati?” O quella del grande Montanelli: “Un giudice che ha venduto la propria imparzialità ai partiti è un giudice che, prima di processare gli altri, dovrebbe essere processato lui e cacciato in galera”.