Dopo l’incredibile ed inaccettabile “sparata” contro la Meloni e il leader leghista, ex sodale, con il quale vive in un clima di reciproca puerile ripicca, il “conte Tacchia della Capitata”, pesantemente criticato, con il silenzio a questo punto inspiegabile di Mattarella, persino da Enrico Mentana, ha inanellato un’altra solenne meschina figura.

In notoria sintonia con il pontefice e con il cardinale segretario di Stato, lo “statista pugliese”, molto amico della Cina, ha affermato che “la Chiesa italiana in queste ultime settimane [e non solo] con la sua presenza concreta nel territorio la sofferenza del nostro popolo contribuendo (…)  a sostenere soprattutto i più deboli, le famiglie in situazioni di povertà” come se tutti gli altri colpiti fino al drammatico trapasso, non appartenenti alle categorie “privilegiate” dalla “Chiesa” di Francesco, fossero figli di un “dio minore” o comunque non degni di considerazione.

Il “presidente del Consiglio”, non soddisfatto delle affermazioni iniziali demagogiche e vuote, ha notato che nel tempo della Pasqua “la dolorosa [ma necessaria ed inevitabile] decisione di celebrare sine populo le liturgie” rappresenta “un gesto di responsabilità verso l’intero Paese, di rispetto per chi affronta ogni giorno – in prima linea – l’emergenza”.

A proposito, poi, della “Via Crucis”, celebrata in una piazza S. Pietro, ovviamente, checché ne possa pensare Conte, deserta, dall’AGI si apprende che “le parole pronunciate nel corso della serata sono state scritte da persone riferibili ad ambienti prossimi al carcere di Padova. Non si è ascoltata, comunque, nelle 14 “stazioni” la voce di quelli che Bergoglio definisce i “crocefissi” della nostra epoca, i medici, gli operatori sanitari, i farmacisti.

 I concetti espressi, poi – grave ma inevitabile constatazione – sono stati più volte avviliti e mortificati da un linguaggio classista, neo gruppettaro.