Sopra i servizi il nulla. E’ l’amara verità  del caso  Silvia Romano. Un caso in cui alla consueta efficienza della nostra intelligence è corrisposta la goffaggine, la sconsideratezza  e l’improvvisazione di un  Giuseppe Conte assolutamente inadeguato a quella delega sui servizi  a cui tanto sembra tenere. L’improvvisazione del premier in un settore così delicato era già apparsa evidente ad agosto quando mise i vertici della nostra intelligence   a disposizione  del  ministro della Giustizia statunitense William Barr.

Ma il peggio di se Conte l’ha dato nell’epilogo del caso Silvia  Romano quando è sembrato perdere di vista la differenza  tra l’azione dell’intelligence, per definizione oscura e discreta, e quella pubblica della politica.  Collaborare con un un’altra intelligence, anche se  concorrente o addirittura nemica, non è per servizio segreto né un tabù,  né una mancanza. E’ la sua ragion d’essere visto che gli 007  nascono proprio per realizzare operazioni politicamente  inconfessabili. Quindi nulla di strano se sotto traccia la nostra Aise lavora  con gli agenti di un Erdogan pronto a buttarci fuori dal Mediterraneo e dalla Libia. E  nulla di male se  un agente segreto discute il prezzo del riscatto e va poi a  consegnarlo in un emirato come il Qatar dove i grandi affari si mescolano al finanziamento del terrorismo jihadista.

Tutto questo deve però rimanere rigorosamente sepolto nelle stanze oscure dei servizi. La liberazione  di Silvia Romano è invece stata accompagnata da  indiscrezioni sul pagamento del riscatto e sulla sua entità tracimate non dall’estero, ma dai palazzi governativi. Il tutto senza che l’esecutivo si preoccupasse di diffondere, come sempre in passato, un’ufficiale e vigorosa smentita. L’esecutivo e il premier si sono comportati insomma come se quel pagamento fosse un’operazione lecita  o addirittura meritoria nell’ottica della risoluzione del caso  e quindi degna di venir fatta conoscere all’opinione pubblica. Ma pagare un riscatto ad un organizzazione terroristica – oltre ad essere vietato in ambito internazionale  in base  all’articolo 2 della Convenzione di New York del 1979 sottoscritta dell’Italia –  potrebbe  risultare perseguibile sul piano nazionale in base alle leggi sui sequestri di persona. Tanta sprovveduta superficialità rischia di mettere nei guai e coinvolgere  in un’eventuale indagine giudiziaria  anche gli   esecutori   materiale del pagamento,  ovvero i nostri 007 . Gli errori non si fermano qui.

La spettacolarizzazione del ritorno di Silvia Romano in vesti islamiste trasformatasi in  un clamoroso omaggio propagandistico ai terroristi di Al Shaabab  è un autogol mediatico senza precedenti. Se invece di cedere al protagonismo avesse ascoltato i consigli di un’Aise pronta a garantire un  rientro discreto dell’ostaggio  Giuseppe Conte  avrebbe risparmiato una pessima figura all’Italia e un  bel po’ di gogna accusatoria a  Silvia Romano. E altrettanto disastrose sono state le indiscrezioni sulla collaborazione con i servizi segreti turchi e con il Qatar. Anche  qui esecutivo e premier non sembrano aver colto l’essenziale differenza  tra il livello della politica e quello dell’intelligence.

Un’incapacità già emersa in Libia dove da tempo si pretende  che l’Aise  sopperisca alle assenze del governo. Un’incapacità a cui non sopperisce  nemmeno un Pd di Nicola Zingaretti che –  come rilevano in ambienti vicini all’intelligence  – lascia a “leggere i giornali” esponenti di spessore come l’ex ministro dell’interno Marco Minniti.