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Nella “Biblioteca di Storia e Politica”, la collana della casa editrice “Pagine”, diretta da Domenica Fisichella, è apparso, in veste di gusto e lineare, il volume di Giuseppe Valditara.

Il tomo è, secondo i criteri della serie, di collaudata qualità scientifica, considerata la veste accademica dell’autore, ordinario di Diritto privato romano all’Università di Torino.

Nella prefazione Fisichella coglie i passaggi cruciali del titolo, che dovrebbe essere una endiadi ed è diventata da noi una antitesi, per incapacità del ceto parlamentare – per usare le parole dello stesso Fisichella – “sempre meno culturalmente qualificato, sempre più delegittimato sia per le obiettive carenze morali di un certo numero di suoi componenti sia per gli attacchi di un sistema mediatico spesso ispirato da lobbies finanziarie e/o populistiche [oggi in Italia al potere] che non di rado operano di concerto”. Il prefatore ricorda anche la “buona regola che si debba temere la magistratura, perché essa giudica, assolve e condanna, e così facendo applica scrupolosamente la legge, ma non si debbono temere i magistrati, cui per definizione non compete avere una “opinione personale””.

Sulla scia della lezione di Montesquieu Fisichella individua il punto nodale del lavoro di Valditara, volto “con una puntigliosa ampia casistica” [spesso remota e poco contemporanea], a denunziare “numerosi momenti” della “disinvolta e voluta forzatura sia della giurisprudenza sia della legislazione”.

Nella rivisitazione cronologica della nascita, della crescita e del radicamento della magistratura “creativa” un posto preminente alla corrente radicale, non a caso con l’etichetta immancabile “democratica” ma il fenomeno della politicizzazione, sempre sottovalutato dagli innumerevoli Guardasigilli democristiani, è remoto, risalente al periodo di Togliatti.

D’altra parte non è possibile dimenticare che questa ideologizzazione è strategicamente simile al progressivo, devastante impossessamento della sinistra nel campo della scuola.

Colpisce poi che tesi analoghe sulla libertà di giudizio siano state formulate dal cattolico Sergio Cotta, conosciuto da chi scrive, in altra versione come Maestro di filosofia del diritto. Le sue sorprendenti, per non dire stupefacenti, affermazioni riportano alla mente i severi e ripetuti ammonimenti, più volte pronunziati prima da S. Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI, sulla disinvoltura “creativa” e troppo liberale dei giudici della Sacra Romana Rota nelle sentenze di annullamento del matrimonio.

La radice di questa, in non pochi casi delirante, svolta di coloro che indossano la toga, con la pretesa, con l’insopportabile spocchia di classe intangibile ed indiscutibile, si ritrova nel giudizio di Fisichella, e provato da Valditara, sui regimi totalitari del XX secolo (quelli autoritari come il fascismo hanno prodotto codici ancora oggi in vigore) la cui funzione è quella “di sregolare il sistema sociale, di disintegrarlo”.

E pensare che qualcuno, al potere per lunghi anni, ha fatto contro di loro una pesante lotta unicamente per motivi personali, senza mai pensare alla tutela della nostra società.

 

Giuseppe Valditara

GIUDICI E LEGGE

Roma, “Pagine”, 2015

pp. 302. Euro 19,50