La vicenda è nota. Nella partita per il Quirinale, Silvio Berlusconi ha perso e con lui il centrodestra (pur con tutte le variabili del caso ed i voti “di bandiera” come quelli dati a Vittorio Feltri da Lega e FdI). La vittoria – come si sa – ha molti padri, la sconfitta uno solo. Facile perciò addossare tutte le colpe all’ex Cavaliere, “intortato” da Matteo Renzi, dimenticandosi della gracilità del Movimento 5 Stelle e delle zigzaganti “strategie” di Angelino Alfano, passato, nell’espace d’un matin, da un accordo di ferro con Forza Italia alla resa incondizionata al Pd renziano e ai suoi alleati di sinistra.

La responsabilità principale del leader di FI è stata certamente quella di non avere colto il doppiogiochismo del Presidente del Consiglio-Segretario del Pd e gli evidenti interessi di bottega di Alfano e compagnia. Non minore responsabilità va però attribuita alla cerchia dei presunti amici-consiglieri di Berlusconi, a cominciare da certa stampa fiancheggiatrice, fedele-alla-linea alla maniera della “Pravda” (o de “L’Unità”) d’una volta.

A leggere, oggi, certi commenti dei pasdaran del Cavaliere, emergono tutti gli errori di strategia politica che hanno portano alla sconfitta del centrodestra, con FI in testa, nella battaglia del Quirinale: “il catenaccio a perdere degli anti Nazareno”; meglio andare avanti con il “partito del Nazareno” che lasciare Renzi (e il Paese) nelle mani della Bindi e di Bersani; “i mal di pancia di Raffaele Fitto e degli altri berlusconiani in crisi d’identità dimostrano che sono in ritardo con la realtà”; per fare le grandi riforme ed eleggere il capo dello Stato o Renzi cede al ricatto dei Cofferati e riconsegna il paese alla nomenclatura post comunista oppure si appoggia ancora di più all’alleanza con Silvio Berlusconi, ergo il Patto del Nazareno non si tocca; se Renzi si sgancia da Berlusconi rischia di essere impallinato dalla minoranza Pd, la quale gli farà credere di seguirlo su un nome per poi, nel segreto dell’urna, fargli fare la fine di Prodi; il Partito del Nazareno è “la casa del ceto medio”. Questi, fior da fiore, alcuni dei giudizi espressi da alcuni autorevoli commentatori di area berlusconiana, non un mese fa, ma la settimana scorsa.

A questa sequela di intramontabili certezze va aggiunta la solita sfilza di accuse verso chi, all’interno di Fi, non condivideva certe scelte: traditori, incapaci, estremisti giacobini, masochisti.

Visti i risultati un po’ più di “moderazione” autentica, per chi ha l’ambizione di rappresentare gli orientamenti dei cosiddetti “moderati italiani”, non guasterebbe. E’ una questione di stile, di metodo, ma anche di contenuti.

Si evitino allora gli incensamenti a tutti i costi e si riprenda finalmente, sul versante del centrodestra, il filo del discorso, individuando un percorso di ricostruzione politica. Si torni a dialogare e a confrontarsi seriamente, sulle idee, sui programmi, sulle alleanze e sugli strumenti di selezione della classe dirigente. Ci si riapra alla società civile, al mondo della produzione e al territorio. Non si demonizzi il confronto, valorizzando piuttosto l’apporto di voci “d’area”, ma realmente indipendenti.

L’idea del Capo che-ha- sempre-ragione non ha mai portato bene. Certe recenti sconfitte politiche purtroppo lo confermano. A questo punto è necessario cambiare registro.