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Istria, Fiume, Dalmazia. Foibe ed esodo. Memorie e amnesie. Il 10 febbraio l’Italia ricorda la tragedia dell’Adriatico “amarissimo”. Una data tonda e fissa ma da sempre poco amata dall’Italia “ufficiale”.

Nulla di nuovo: è difficile per gli eredi di De Gasperi e Togliatti, Nenni e Moro, Pertini e Jotti ricordare dignitosamente un capitolo sporco del dopoguerra, una vergogna della storia repubblicana. Meglio minimizzare, silenziare, scivolare. Qualche corona, qualche frase di circostanza, un minuto scarso sui TG. Poi basta. Basta con il passato. Meglio le canzonette, i calciatori, i finti cuochi, le mignotte. L’eterno presente.

Nulla di strano: per questa democrazia senza qualità la memoria è insopportabile. Troppo faticoso spiegare che settant’anni fa, sul confine orientale un piccolo pezzo d’Italia venne spezzato; troppo imbarazzante raccontare perchè e come trecentomila italiani furono costretti a fuggire dalle loro case; impossibile onorare quei trentamila che rimasero stritolati dal terrorismo jugo-comunista. Meglio non far sapere che una civiltà intera — la piccola patria istro-dalmatica che si allungava da Capodistria a Fiume, da Traù a Cattaro — venne inghiottita dall’ideologismo e annientata. Senza pietà.

Per fortuna vi è chi non si rassegna. In questi giorni un numero speciale di “Storia in Rete”, la bella rivista di Fabio Andriola, racconta ragioni, motivi e conseguenze di quella follia. Senza retorica, con equilibrio e profondità. Un altro passo per cercare di scuotere le memorie di un Paese immemore. Al tempo stesso, da Trieste alla Sicilia, vi sono italiani che non dimenticano e ricordano. Ecco allora tante manifestazioni, cortei, convegni, incontri.

Come ogni anno, anch’io farò la mia parte, porterò il mio contributo a Napoli, Giugliano e Salerno e parlerò di quel tempo lontano. Ricorderò mio padre, esule da Pola. Ma non solo. Come lo scorso anno a Padova, ospite dell’associazione Destra Veneta, cercherò di non fermarmi alla narrazione abituale (e inevitabilmente limitata) e tenterò di spiegare in qualche modo la terribile complessità di quella vicenda e la falsità storica degli schemi — fascismo-antifascismo, democrazia-libertà — in cui i nostalgici dell’odio vorrebbe rinchiudere e seppellire la tragedia del confine orientale.

A Napoli, a Giugliano a Salerno parlerò delle guerre intrecciate — xenofobia e lotta di classe, stalinismo e tribalismo — che investirono i Balcani e le nostre terre. Una storia di orrori, ideologismi, tradimenti e sangue che gli eredi del Pci e i “negazionisti” dell’Anpi non vogliono ascoltare, ma è la loro storia. Il loro “album di famiglia”.

Con buona pace dei lunatici e degli ipocriti, nelle foibe non caddero solo i “fascisti” o presunti tali. La pulizia etnica e ideologica scatenata da Tito (con l’assenso di Togliatti e il silenzio degli anglo-americani) non risparmiò nessuno. Accanto a Porzus e ai partigiani “bianchi” massacrati nel febbraio 1945 dai comunisti italiani e jugoslavi è lunga la lista degli antifascisti e partigiani assassinati, traditi, infoibati. Tra tutti Luigi Frausin, dirigente triestino del PCI, ostile alla sottomissione ai “titini”: arrestato e ucciso dai nazisti su “delazione slava” — come recita la motivazione della Medaglia d’oro alla memoria. Altri furono eliminati direttamente dai comunisti jugoslavi e togliattiani: tre membri del Cln di Trieste; due di quello di Fiume; Vinicio Lago, ufficiale di collegamento della Brigata Osoppo; Enrico Giannini, del Corpo Italiano di Liberazione.

E poi, Angelo Adam, un ebreo e repubblicano storico che finì infoibato dopo essere stato confinato a Ventotene ed essere scampato anche al lager di Dachau: sua moglie e sua figlia minorenne, arrestate per essere andate a chiedere informazioni sulla sua sorte, furono fatte scomparire a loro volta. Teobaldo Licurgo Olivi, membro socialista del Cln di Gorizia, arrestato dagli jugoslavi il 5 maggio 1945 e fucilato a Lubiana il 31 dicembre successivo. Ancora, Augusto Sverzutti, membro dello stesso Cln per il Partito d’Azione e arrestato assieme a lui, si sa che era ancora vivo e detenuto nel 1949. Poi, il mistero.

Il 10 febbraio è giusto ricordare anche tutti quei comunisti cui l’ideologia non aveva impedito di rimanere fedeli all’ideale patriottico. Tra questi, spicca il nome di Rocco Cali, un combattente della Brigata Garibaldi Natisone. Fu assassinato a Rovigno nel maggio 1945 perché, anche dopo la decisione del Pci di far passare l’unità alle dipendenza del IX Corpus sloveno, aveva rifiutato di togliere la coccarda tricolore che sempre portava accanto alla bandiera rossa. Assieme furono sterminati anche i leader del Partito Autonomista Fiumano, che sognavano uno Stato indipendente sia dall’Italia che dalla Jugoslavia: Mario Blasich, strangolato nel suo letto di paralitico; Giuseppe Sincich; Mario Skull; Giovanni Baucer; Mario De Hajnal; Giovanni Rubinich…

E poi gli slavi non comunisti: Ivo Bric, antifascista cattolico; Vera Lesten, poetessa e antifascista cattolica; i quattro membri della famiglia Brecelj; i sacerdoti don Alojzij Obit, don Lado Piscanc, don Ludvik Sluga, don Anton Pisk, don Filip Tercelj, don Izidor Zavadlav di Vertoiba…

Andrej Ursic era stato addirittura un membro del Tigr: gruppo armato che dagli anni ’20 aveva iniziato una lotta terrorista contro le autorità italiane, contro l’annessione all’Italia di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume. Ma fu sequestrato dalla polizia segreta jugoslava il 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell’autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.

Un triste “album di famiglia” che gronda di sangue. Non a caso, da 70 e più anni la sinistra ne ha vergogna e preferisce relativizzare, minimizzare, negare.  Noi restiamo invece convinti che sia necessario scorrere tutte le pagine e attardarsi su ogni nome, su ogni data. Per evitare letture retoriche e incomplete, per sbugiardare i negazionisti, per dare un senso completo e un pensiero forte ad ogni 10 febbraio.