In Italia si traffica in maniera aperta, sfacciata e, direi, sfrenata con la Cina, nazione da cui provengono i proprietari nominali dei pacchetti azionari di società di crescente peso pubblico e relazionale, come le squadre di calcio milanesi, militanti nella massima serie calcistica. Nessuno si è mai permesso, ché sarebbe zittito con infamanti e devastanti censure, di sollevare obiezioni sulla qualità dei sempre più fitti commerci e sulla provenienza dei capitali impegnati in traffici internazionali intercontinentali. Eppure la Cina è ancora oggi una democrazia “popolare”, cioè fondata su un regime monopartitico, illiberale e dittatoriale e figura nel mondo nei primissimi posti, se non al primo assoluto, per il numero delle esecuzioni capitali. Eppure nonostante il contesto indiscutibile, si recita unanimemente “tutto va bene, madama la marchesa”!

L’Italia è poi “l’espressione geografica”, in cui uno dei giornalisti più riveriti della casta, un “padre nobile” del perbenismo moralistico della sinistra, come Paolo Mieli, individua in Stalin, sì Josif Stalin, pur etichettato come “futuro despota”, “un indubbio talento organizzativo” e “virtù che in genere gli vengono scarsamente riconosciute: socievolezza, senso dell’umorismo, apparente semplicità” con l’aggiunta di “eccellente memoria, straordinaria capacità di lavoro, sapienza tattica”.

Ora figuriamoci cosa succederebbe in Italia, specie dopo il varo (261 favorevoli, 122 contrari e 15 astenuti) da parte della Camera della proposta del PD, che introduce nel Codice penale l’art. 293 bis sul reato di propaganda fascista, se qualche scriteriato si esprimesse verbalmente o per iscritto gli stessi giudizi su un certo cav. Benito Mussolini.

Il testo del provvedimento, trasmesso a Palazzo Madama, un intollerabile “porto delle nebbie”, conservato nella struttura costituzionale dal 62% degli elettori il 4 dicembre scorso, prevede nel suo unico articolo “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne fa comunque propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informativi”.

Dopo l’approvazione da parte dei renziani, degli alfaniani, dei bersaniani e di gruppetti pulviscolari di questa proposta rozza e persecutoria, il commento, una volta tanto più centrato ed intelligente, è arrivato da un esponente di Forza Italia, il capogruppo nella commissione Affari costituzionali, Francesco Paolo Sisto: “Rispetto alla normativa penale – ha detto – questa è davvero la peggiore legislatura che si ricordi. Governo e maggioranza stanno dando vita a una serie di interventi non di sistema, né razionali, ma spot, in cui è la politica, quando non l’ideologia, a dettare la necessità della norma penale”.

Un unico rilievo si può muovere alle parole del parlamentare pugliese, quello di aver impegnato per il giudizio su una iniziativa anacronistica termini, in un tempo remoto, significativi e qualificanti, come politica e ideologia.