Succede che un film non piaccia – e forse dovrebbe capitare più spesso. Altrettanto di frequente, specie in Italia, succede che film di qualità abbiano poca, o nessuna, distribuzione – e questo dovrebbe capitare meno spesso. Accadimenti comuni, sui quali tanto ci sarebbe da dire e pensare: poca attenzione, poca cultura, poco coraggio. A meno che ad essere snobbato dal pubblico sia un film LGBT, a quanto pare.

Basta vedere quanto è successo a “120 battiti al minuto“, pellicola incentrata sulle vicende dei primi attivisti che a Parigi sensibilizzavano sull’AIDS. Non abbiamo visto il film e come noi, pare, anche tanta altra gente non l’ha fatto. Senza grande autocritica, la società di distribuzione, Teodora, constatato l’insuccesso ha deciso però di lanciarsi all’attacco con un tweet che recita: “Fiasco in Italia per #120BattitiAlMinuto che nel mondo riempie le sale: e anche la comunità LGBT diserta il film. Ve lo meritate Adinolfi”

Come dire: l’hanno presa bena. La ricostruzione della Teodora, a quanto pare, è insomma che non si tratti di un errore nella pubblicità, nella distribuzione o di un film brutto. No: sono gli italiani che non capiscono nulla e specialmente è la comunità LGBT che è “insensibile” alle tematiche LGBT, secondo la Teodora. Permalosa al punto da chiudere con un anatema morettiano: “Ve lo meritate Adinolfi”. Quasi fosse una delle piaghe d’Egitto.

Forse, suggeriamo, il problema è altrove. Nel caso particolare, già il fatto che un film sia classificato come LGBT e che solo per questo fatto la sua visione sembri obbligatoria per tutti e per la comunità di riferimento in specie pare doppiamente discriminatorio. Una specie di cineforum dopolavoristico di fantozziana memoria, con tanto di condanna all’elogio sperticato. Sarebbe come accusare un afroamericano di non aver visto tutti i film sugli afroamericani e rimproverargli di conseguenza che si merita il KKK.

Peggio ancora, il sottotesto è che esistano non libere intelligenze in grado di valutare, ma sistemi organizzati di intelligenza che predeterminano sia la qualità che cosa sia kosher per il mondo LGBT: guardare questo è bene, guardare questo è male. E se possiamo anche condividere l’idea che certe opere artistiche non siano per tutti, come pure che certe abbiano importanti contenuti politici, non possiamo spingerci fino all’inversione paradossale: se non guardi questo sei contro gli LGBT. Anche se sei un LGBT.

L’evidenza è che, per qualcuno, l’LGBT sia diventato un business, come è più in generale certo politicamente corretto. La critica, in questo modo, passa dall’opera al pubblico: i censori giudicano i fruitori piuttosto che gli autori. Si mette il “bollino LGBT” su prodotti culturali, manifestazioni, personaggi pubblici come fosse un marchio di garanzia – più che politica, commerciale. Che il film in questione sia magari bellissimo nessuno lo mette in dubbio: certo è che ci hanno fatto venire una grande voglia di non vederlo.