Prendo in prestito il titolo di un articolo apparso su “L’Espresso” del 30 settembre a firma di Giuseppe Genna, però sovvertendone l’indirizzo. Lui parla della paciosità del Male, flirtando con la banalità di Hanna Arendt; io preferisco quella del Bene, visto che il male della disinformazione è ampiamente rappresentato da lui e dai suoi sodali.

Che la tecnica della confusione e della falsificazione comunicativa sia un’arte lo ha dimostrato oltre 2500 anni fa Sun Tzu affiancandola a quella della guerra: diffamate soprattutto il buono dell’avversario; impiegate gli individui più meschini e infami; siate prodighi nel pagare le informazioni, queste ed altre chicche sono state ampiamente usufruite dallo stesso Mao. Ma “L’Unione Sovietica ha fatto da caposcuola”come evidenzia Dario Fertilio in un suo vecchio saggio intitolato “Le notizie del diavolo”, nel distorcere ogni forma di verità e di etica.

Ecco allora spiegata la strategia che quotidianamente viene dispiegata dall’italica sinistra terminale, come se il gene – o la tara – della menzogna fosse a trasmissione transgenerazionale.

Non potendo analizzare l’articolo citato nel suo sistema complesso per motivi di spazio, occorre necessariamente focalizzare l’attenzione su alcuni specifici spunti.

Il decreto legge su immigrazione e sicurezza, oltre “al ripristino di una legge razziale […] consoliderà la schiavitù in Italia”. Ora, a prescindere da tempi, luoghi e contesti storici incomparabili, solo un fenomeno di Repubblica-Espresso può cortocircuitare il contenuto formulato nella legge e la questione dello schiavismo. È talmente evidente che solo il flusso incontrollato di clandestini fortifica lo sfruttamento e favorisce il crimine, oltre che ad essere lo stesso crimine e lo stesso sfruttamento a favorire questa deportazione di massa.

Per quanto riguarda la sicurezza, lo Stesso precisa che “le cifre diffuse dal ministero dell’interno dimostra che i reati calano da anni”, e gli fa da spalla il sociologo Marzio Barbagli il quale precisa che gli omicidi solo al minimo storico “circa 350 all’anno. Negli anni Settanta e Ottanta erano il triplo”.

Certo, genio, può essere! Ma erano gli anni del terrorismo diffuso, della guerriglia urbana e delle stragi, che da soli alzavano l’asticella del conteggio. Però, non è il massimo della distorsione informativa, perché poi l’estensore dell’articolo, Paolo Biondani scrive testualmente: “La mole di dati raccolti dallo studioso confermano un calo generale di tutti i reati più violenti, comprese le rapine a mano armata, soprattutto in banche e in uffici postali, mentre i sequestri di persona sono quasi scomparsi”. Se questo è lo studioso con una mole di dati pretendo un paio di lauree honoris causa in sociologia.

Andiamo per ordine. Innanzitutto, è dato accertato che c’è una disposizione precisa agli organi di Polizia di non diffondere notizie di reati perpetrati da clandestini o comunque immigrati (questo come in Germania e in altri Stati europei). Poi, alle banche e agli uffici postali devi fare domanda una settimana prima per avere cinquemila euro dei tuoi, visto che hanno le casse semivuote e da tempo la moneta elettronica ha sostituito il contante. Infine, per quanto riguarda i sequestri di persona, questi erano attuati da alcune fazioni terroristiche che non ci sono più, e dalla anonima sequestri che ha pensato bene di cambiare modalità di finanziamento da colletti bianchi visto il controllo ormai capillare del territorio che non gli consentirebbe neppure di beccarsi l’imputazione di abigeato per il furto di una pecora. Una domanda fuori campo: visto che il calo dei reati più violenti, la media di tre stupri al giorno da parte dei clandestini è stata forse derubricata a molestie o a oltraggio al pudore?

Queste modalità sociopatiche più che sociologiche di interpretare la realtà mi ricordano un battuta arrivatami al tempo in cui mi occupavo di problemi di alcolismo: se il 23 per cento degli incidenti stradali sono determinati da persone che bevono, il 77 per cento è dato da persone che non bevono, quindi attenti agli astemi!

Si può anche sorridere, ma il fatto grave che troppo spesso questi trucchi informativi vengono applicati con l’intento della “diversione” dell’attenzione pubblica, affinché passi una certa influenza di opinioni. La semplificazione del dato concreto, la banalizzazione dell’evento, l’intossicazione fraudolenta sono operazioni di propaganda, non certo momenti di conoscenza e di esame della realtà.

Ma torniamo, per concludere, a Giuseppe Genna, quello del Male proiettato sugli altri, su coloro contro i quali è pagato per infamare. Lui si rifà ad Orwell, confermando il detto del bue che disse cornuto all’asino, e finisce così il suo articolo: “Non è vero che c’è da aver paura, non è vero che il crimine trionfa: sono parole d’ordine del più fetido capitalismo mai apparso sulla faccia del pianeta”.

Lui, loro, che si sono cagati addosso per venti giovani con i fumogeni e un megafono davanti alla redazione romana, dicono agli altri di non aver paura. Loro, i sinistri che hanno abbracciato gli usurai di Bruxelles e i cravattari della finanza internazionale, che hanno tradito il popolo e il loro pretestuoso mandato operaista, loro si ergono a critici del loro stesso padrone: giullari di corte e nani del potere.

Ma il meglio di sé, della sua intrinseca bontà, lo dà dalle ultime quattro righe: “È possibile partire da qui: che l’Italia inizi a ritenere che c’è qualcosa di più spaventoso di Caino che uccide Abele, ed è Salvini che uccide il Negro”.

E adesso, come ha detto qualcuno di fama di cui non ricordo il nome, dopo la lettura de L’Espresso e di Repubblica metto la testa nel cesso per respirare un po’ d’aria pura.