Mentre continua con il piano economico del 2018 la linea scellerata e tale da proiettare verso un futuro desolante , dell’acquisto da parte dello Stato con le c.d. “defiscalizzazioni” dei posti di lavoro, decenni or sono, remoti e irrecuperabili, creati e costruiti con lucide programmazioni per il sereno futuro delle giovani generazioni, altri temi sono sottoposti all’attenzione generale, temi sostenuti con demagogia e con magniloquenza, senza alcun rispetto del passato e della nostra identità culturale, acquisita da secoli e conservata sempre più faticosamente fino agli anni Sessanta dello scorso secolo.

Si parla, si straparla sugli organi di stampa e nella scuola, impoverita, inaridita e brancolante in un buio, fatto di enfasi insipiente e di velleitari luoghi comuni, della scoperta di questi anni, la magica, direi la diabolica “scuola lavoro”.

Da padre fortunato, capace di aprire e spianare strade professionali ai propri figli, il direttore di fatto di un quotidiano “a luce rossa”, di area berlusconiana, ha insultato i giovani, i “bamboccioni” , infelice espressione di una dimenticata comparsa del teatrino politico, che negli scorsi giorni hanno protestato in 70 città della nostra terra.

In tempi affidabili e qualificati, l’esatto opposto di quelli correnti, esisteva ed era rispettata una separazione proficua tra indirizzi scolastici, i licei e gli istituti pedagogici rivolti esclusivamente alla formazione culturale, preludio degli impegni universitari, gli indirizzi tecnici diretti al modellamento per professioni e mestieri, esercitati con indispensabili tirocini nell’ambito commerciale (i ragionieri), professionale (i geometri) ed industriale ( non a vuoto definiti periti).

Oggi, all’opposto, i confini sono saltati e la confusione, nel resto del nostro territorio, regna sovrana e incontrastata a causa della stolidità della burocrazia statale preposta (il ministro “competente” Fedeli), dell’inconcludenza e della natura unicamente demagogica delle strutture regionali, a cui qualcuno medita di attribuire ulteriori compiti, di certo praticati in forme rovinose.

Incapace di risolvere la contemporanea e parallela, anche se cronica, crisi dell’agricoltura, il governo gioca (sì, gioca) la carta del coinvolgimento dei giovani.

Il responsabile del dicastero, dopo il solito inutile referendum soppressivo ricostituito con la farsesca etichetta “Politiche agricole, alimentari e forestali”, ha firmato un editoriale, pieno di formule conformistiche (ecologia e tecnologia), illusorie e banali. Il ministro ha scoperto, come fosse l’unico ed il primo, che “il rinnovamento generazionale è decisivo per garantire una prospettiva di sviluppo all’agricoltura italiana”. Segnala, quasi fosse fissata per domani o al massimo per posdomani, la soluzione della formazione grazie al confronto con il ministro Fedeli.

I giovani, che, delusi, confusi e privi di prospettive, tentano l’ardua problematica esperienza della terra, è bene stiano lontani da sogni e si sottraggano alle promesse solo formali e di facciata. E’ eloquente e nello stesso momento preoccupante l’autoelogio enfatico con cui si chiude l’articolo sottoscritto da Martina: “bene facciamo a riflettere pubblicamente su come aiutare di più una nuova generazione a coltivare il proprio futuro”.

Gli elettori, preoccupati dal riemergente, immutabile Berlusconi, amante del potere e per esso capace di riutilizzare le maggioranza precarie e magmatiche, e quindi caotiche, dovrebbero riflettere sull’intervista rilasciata dal capogruppo alla Camera dell’”armata”. Brunetta è stato sfuggente ma non tanto da generare dubbi e perplessità sull’autentico obiettivo delle “larghe intese”, nel momento in cui ha sostenuto che in caso di assenza di una maggioranza, “i voti si troverebbero” e sarebbe la classe politica a scegliere, non i cittadini elettori su ben altre e diverse ipotesi.