Prima di ripercorrere e di rivisitare le vicende storiche, complesse quanto remote ma anche pesantemente vicine del Kurdistan, per dirla con una formula in voga in questi giorni di massima attenzione mondiale, “il più grande popolo senza Stato tradito dalla storia”, merita ricordare due considerazioni, espresse da studiosi, lontani dai tanti giornalisti che scrivono con lenti ideologiche sul tema.

Il primo, Roberto Tumbarello, pur in estrema sintesi, senza sollevare interrogativi sul comportamento delle grandi nazioni occidentali,  ha osservato che “se la Turchia fosse entrata in Europa quando era ancora un paese laico, senza i Fratelli Mussulmani, oggi non ci darebbe tanti problemi”. Il secondo, esperto come pochi di politica internazionale, anche se estremamente criticabile sul campo della politica nazionale, Sergio Romano, dopo aver ricostruito l’esperienza pubblica di Recep Tayyip Erdogan, con una adeguata sottolineatura delle responsabilità americane ed arabe, ritiene che l’Europa abbia “bisogno” della Turchia e del suo “ambizioso leader”.

Presentata una delle parti in campo, concentrata l’attenzione sull’altra parte. Per Kurdistan “s’intende il territorio del Medio Oriente abitato in maggioranza da popolazioni etnicamente e linguisticamente curde e diviso in vari Stati: Turchia, Iran. Iraq, Siria, ma minoranze kurde si trovano anche in Armenia, Georgia, Azerbaijan. Turkmenistan”.

Da alcuni anni si è dedicata allo studio della popolazione con risultati aggiornati ed attendibili Mirella Galletti, la quale, come accade tra gli studiosi degni di rispetto, ha curato saggi preparatori (1999, 2004), poi aggiornati nel volume Storia dei Curdi (Jouvence, 2014). “I curdi – così li definisce la studiosa , autrice nel 2003  di un significativo saggio, Cristiani nel Kurdistan – sono un popolo spesso dimenticato. Un popolo “cerniera” , che si perde tra i grandi problemi del Medio Oriente , sommerso da vicini più rumorosi :il mondo slavo, turco, arabo e persiano. Il popolo curdo vive su un territorio montagnoso, un blocco a forma di mezzaluna situato ai confini settentrionali del mondo arabo – musulmano”. La Galletti segnala l’esistenza di informazioni dettagliate a partire dal 637 e ricorda il lavoro di Ibn Giobeir, Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siriae Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto compiuto nel secolo XII, apparso nel 1906.

L’Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, dapprima nella edizionepubblicata nel 1933, quindi nelle Appendici 1979, 1992 e 2000, ha riservato attenzione non superficiale al “paese dei Curdi”, guardando al rapporto caldo ed animoso, mai pacifico con i Turchi, giunti a “stabilire nelle provincie orientali” popolate proprio dai Curdi ordinamenti volti alla loro assimilazione e alla fine del sistema feudale di privilegi consentito dal regime ottomano. Rivolte si sono registrate nel 1925 e nel 1930, con i turchi impegnati nella deportazione di tribù verso le provincie occidentali, allo scopo di un’assimilazione piena.

Nell’Appendice della Treccani del 1979 – 1992 si ha cura di osservare che il problema del riconoscimento di una individualità oltre che etnica, del resto insopprimibile, anche politica, non ha fatto che limitati e circoscritti passi in avanti. Secondo vecchi censimenti i Curdi risultavano essere 12 milioni in Turchia, 6 nell’Iran, 4 in Iraq ed 1 in Siria. E’  stato comunque rilevato, con assoluta fondatezza ed obiettività, che tra gli ostacoli , forti e sostanziali, per il consolidamento della specificità sono anche le divergenze ataviche e le indecisioni intestine. 

Al termine di un decennio di dispute, in cui ha giocato un ruolo devastante e disgregante il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso si è profilata in Turchia una evoluzione con aperture verso i Curdi, soprattutto sul terreno culturale. Durante la guerra del 1991 contro l’Iraq, mentre migliaia di profughi curdi si sono rifugiati in territorio turco, Ankara , per arginare la guerriglia, ha spinto l’esercito oltre il confine iracheno. Nel 1992, in un viluppo insuperabile, in condizioni organizzative di estrema precarietà, sotto la vigilanza turca, si sono svolte nella zona curda dell’Iraq le elezioni per il primo parlamento curdo, concluse con il successo, contestato dalle formazioni minori escluse dall’assemblea legislativa, di 2 formazioni moderate, il Partito Democratico e l’Unione Patriottica.

Chiusa la vicenda irachena, è tornata a riemergere la secolare rivalità / contrapposizione con i turchi, come al solito animati da una volontà accentratrice e antiautonomistica. Le difficoltà non hanno mai perduto intensità e principalmente densità nel corso degli anni. L’episodio clamoroso del novembre 1998 , in cui è stata coinvolta l’Italia con la fuga a Roma del massimo dirigente del PKK, Abdullah Ocalan, ha avuto momenti acuti e polemici ed in qualche passaggio grotteschi. Da allora fino a questi mesi del 2019 il quadro è divenuto drammatico e soprattutto privo di sbocchi immediati e privo di prospettive prossime. Del resto valga come lezione storica inalterabile ed immutabile,  anche contro la sinistra, che tenta anche in Italia di sfruttare la crisi, il proverbio curdo che recita “nessuno ci è amico tranne le montagne”.