Se Marcello Veneziani, nel suo libro “Il segreto del viandante”, ha posizionato la principale linea di demarcazione della sua esistenza “tra la preistoria e la modernità”, la mia, quella di un ventottenne, si trova senza dubbio tra la modernità e la modernità, con quest’ultima che non può non avere a che fare con quello che gli studiosi Zygmunt Bauman e David Lyon chiamano “Sesto Potere”, ossia il potere del web, in diretta continuazione storica con il “Quarto Potere” di Orson Welles (1941- controllo della stampa sulle persone) e con il “Quinto potere” di Sidney Lumet (1976- controllo della televisione sulle persone).
Contrariamente ad ogni immaginario collettivo, affermo che il web è un regime dittatoriale più feroce di ogni vecchio totalitarismo e il fatto che addirittura si presenti mascherato da estrema libertà di espressione, fa sì che i suoi effetti si prolungheranno sicuramente a lungo termine fino ad una mutazione antropologica delle più apocalittiche.
Se al tempo del Fascismo “dicevi” qualcosa di contrario al regime, gli emissari del regime, raccontano, ti muovevano violenza; se oggi dici una cosa “storta”, non solo non ti sente nessuno, ma non fai altro che dar man forte al sistema il quale fonda la sua tremenda censura proprio nella volontà, per la prima volta nella storia, di reprimere la libertà di espressione saturando la libertà di espressione stessa.
Il principio è questo: “tante informazioni, nessuna informazione; tante opinioni nessuna opinione”.
“A cosa stai pensando?”, “Dì la tua”, è l’invito rivolto dai social agli utenti.
Dì la tua anche se il concetto più rilevante che hai espresso nella tua vita è: “arbitro cornuto”.
Ciò si pone come un’azione fortemente repressiva perchè la libertà di espressione non è stata conquistata dal singolo individuo, bensì è stata imposta dall’alto attraverso il postulato per cui: “se vuoi esistere, devi dire la tua”.
Tale libertà è essenzialmente finta, alla stregua della libertà sessuale imposta e non conquistata dalla donna e, come questa, fondata sulla finta tolleranza: “il sistema ti lascia dire la tua, sei libero” ma è proprio quell’eccesso di libertà concessa a generare quel grande “rumore di niente” in cui la frammentazione delle opinioni, delle idee e dei pensieri impediranno l’emergere di qualsiasi associazionismo reale e di pensiero dominante.
A tal proposito, il sociologo polacco Baumann sostiene che: «Le aggregazioni dei social-network sono come quelle dei proprietari dei cappotti appesi nel guardaroba durante una rappresentazione teatrale. È un gruppo che sta insieme per il tempo dello spettacolo. L’appartenenza non comporta legame duraturo né responsabilità comune gli uni per le scelte degli altri né conoscenza reciproca. E’ tutto effimero senza obbligo di solidarietà.».
Su questo substrato non può che decadere quello che per Aristotele era il fondamento della politica, ovvero la definizione di uomo come animale sociale, membro di una polis che rappresenta il bene pubblico e tutela l’interesse comune.
Oggi, il singolo individuo non si sente più parte di una comunità che trascende la sua persona, sia questa la politica, la famiglia o qualsiasi altro tipo di associazionismo.
“Mussolini capì una cosa fondamentale”, dice Montanelli in un’intervista del 1982, “che per piacere agli italiani bisognava dare a ciascuno di essi una piccola fetta di potere col diritto di abusarne…”
A tal riferimento non vedo la benchè minima differenza tra un piccolo gerarca fascista, che imperversava in un paesino forte della propria autorevolezza e un sistema social strutturato in modo che tutti s’illudono di avere la propria importanza, proprio perchè “dicono la propria”:
Specie se il risultato, la premialità, di questo sistema va a favore dell’ “urlo imbecille”, della brevità, della frase populista, del sensazionalismo e dell’uso pornografico dei termini e delle immagini.
In un saggio a un convegno internazionale sulla globalizzazione nel 1998 Valerio Bruni, professore universitario di lingua inglese di Udine, sostiene: «l’esito fallimentare di un sogno vagheggiato, che alludono ad una utopia (…) Prima c’era…Babele, un miscuglio di etnie, di linguaggi, dove la comunicazione è negata, ridotta ad una congerie di suoni che risultano insignificanti per chi non sa codificarli; insomma un “forte rumore di niente” (…). Dopo…in un immenso salto temporale ecco il Global Village, che dovrebbe fornire un codice interpretativo a quei suoni, annullare le distanze, agglomerare, amalgamare. Ma se l’operazione è forzata, coattamente omologante, la fusione diviene ancora una volta utopica, con l’aggravante di un’ipocrisia di fondo mascherata dietro la bandiera di ideali fittizi».