«Uccisi da un loro figlio». Lo scriveremo, probabilmente, sulle tombe di globalizzazione e neoliberismo cancellati da un virus capace, come loro, d’ignorare confini, eliminare distanze e cancellare differenze politiche, economiche e sociali. Il bilancio della pandemia da Covid-19, ipotizzando il contagio del 30 per cento della popolazione mondiale e una mortalità del 3% potrebbe superare i 70 milioni di vittime. Non si vedeva nulla di simile dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando un conflitto costato 68 milioni di vite divise il mondo tra la sfera d’influenza americana e sovietica. Ma le grandi mattanze della storia sono anche le catalizzatrici di nuovi ordini mondiali. Gli otto milioni di morti causati da battaglie, pestilenze e carestie della Guerra dei Trent’anni (1618-1648) innescarono quella pace di Westfalia (1648) che sancì la nascita dello stato nazionale e la fine del Sacro Romano Impero. Le carneficine del primo conflitto mondiale, oltre a segnare la fine della Russia zarista, dell’Impero asburgico e di quello ottomano aprirono le porte dell’Europa all’influenza americana e a quella dell’Unione sovietica.

Il dopo pandemia archivierà le illusioni sui benefici della globalizzazione e del neo-liberismo impostisi con la caduta del muro di Berlino e la fine del duopolio Usa. Con loro svanirà l’ultima illusione condivisa dalle generazioni nate dopo il 1945 ovvero l’idea che collaborazione internazionale e progresso scientifico possano evitarci guerre ed ecatombi. La pandemia ne dimostra l’infondatezza e c’impone di tornare a far i conti con la nostra fragilità.

La fine di quell’illusione è stata preceduta da altre falle nel sistema di garanzie regalatoci da 75 anni di pace ininterrotta. Le Nazioni unite, incapaci di fermare le guerre in Afghanistan, Siria, Yemen, Libia, Somalia e negli altri mattatoi del pianeta esibiscono da tempo la propria costosa inutilità. La crisi economica del 2007 ha cancellato le certezze su lavoro, risparmi e pensioni. Il disastro della Grecia, abbandonata nel mezzo d’una tragedia finanziaria, ha incrinato le sicurezze sulla solidarietà europea. L’invasione dei migranti ha sollevato dubbi sulla lungimiranza dei politici europei a partire da una Angela Merkel celebrata come il grande timoniere della Ue. Con la pandemia quei dubbi diventano certezze. Mentre il segretario generale dell’Onu António Guterres invoca una risposta globale, il Consiglio di sicurezza non riesce a varare uno straccio d’iniziativa conseguenziale a quell’impegno. Paralizzata dalla propria apatia, l’istituzione simbolo della transnazionalità rischia dunque di chiudere i battenti per aver tradito la sua stessa ragione d’essere, ovvero rispondere alla più grave crisi globale registrata dalla sua fondazione.

Sul fronte transnazionale l’Europa non sta meglio. L’egoismo della Germania di Angela Merkel declinato dai «niet» della presidente Ursula von der Leyen e della presidente della Banca europea Christine Lagarde difficilmente verrà dimenticato. E non solo dagli italiani. A quell’egoismo s’accompagna, infatti, l’incapacità delle istituzioni europee di assumere decisioni concrete. Un’incapacità amplificata dallo spartito di regole e norme di cui i leader europei sono interpreti. Il «Patto di stabilità e crescita», presunto postulato della stabilità europea, si dimostra oggi un masso legato al collo delle nazioni travolte dalla marea del contagio.

Quel dogma difeso, a proprio esclusivo vantaggio, da Germania e Paesi del nord appare la consacrazione politica dei principi di un neo-liberismo basato non sulla necessità, ma sul profitto. Principi intollerabili nel momento in cui la pandemia c’impone di salvare vite umane anche a costo di vanificare profitti presenti e futuri. E assieme alle storture del neo-liberismo emergono quelle di una globalizzazione nei cui confronti il sito ufficiale della Commissione europea si dichiara «fermamente a favore», attribuendole il merito di aver contribuito a «circa un quinto dell’incremento dei livelli di vita degli ultimi 50 anni». Ma proprio la globalizzazione ha indotto le aziende italiane ed europee a delocalizzare la produzione in Paesi a basso costo nel nome del maggior profitto. Quello stesso mantra ci ha spinto a trasferire in Cina e altri paesi la produzione di mascherine chirurgiche. Un abbaglio di cui abbiamo compreso la gravità solo quando ci siamo ritrovati esposti non solo alla minaccia del virus, ma anche al ricatto di chi le produceva.

La catastrofe Covid insegna dunque che il trasferimento di poteri statali alle istituzioni transnazionali e quello di produzioni strategiche in Paesi terzi equivale al suicidio in caso di emergenza. Proprio per questo il dopo pandemia «rafforzerà lo stato e rinforzerà il nazionalismo – scrive su Foreign Policy Magazine Stephen Walt, professore di Relazioni internazionali all’Università di Harvard – I governi di tutte le tendenze adotteranno misure di emergenza per gestire la crisi e molti saranno riluttanti a rinunciare ai nuovi poteri anche quando la crisi sarà finita».

In quest’ottica la democrazia «illiberale» varata in Ungheria da un Viktor Orbán, pronto sull’onda di Covid a farsi attribuire pieni poteri dal Parlamento, può diventare un modello. Difficile peraltro dimenticare come lo strumento di contenimento dell’epidemia adottato dalla Cina attraverso la forzata reclusione della popolazione sia, nonostante la sua illiberalità, il modello di riferimento in Italia e nelle altre democrazie colpite dal virus. Questo non aiuterà però Pechino a diventare la nuova nazione guida del dopo Covid. Il ridimensionamento della globalizzazione e il ritorno alla produzione locale di prodotti strategici incrinerà inevitabilmente il potere economico della Cina. Ma le conseguenze più serie per la sua credibilità deriveranno dall’opacità esibita nella prima fase del contagio. E potrebbero inficiarne la capacità d’imporre la Nuova Via della Seta come modello di commercio globale.

L’America difficilmente ne beneficerà. La riluttanza di Donald Trump a guidare la lotta ad un virus nemico di tutto il genere umano inficerà inevitabilmente la sua immagine di grande potenza planetaria. Il tutto mentre le cifre della mortalità pandemica rischiano di far dimenticare il ruolo degli Usa in quella guerra ad un terrorismo islamista considerato fino a ieri la più grande minaccia globale. Le 2966 vittime dell’11 settembre a New York o le 360 registrate in Europa tra il 2015 e il 2018 – all’apice degli attacchi dell’Isis – impallidiscono di fronte ai 55mila morti da Coronavirus registrati fin qui a livello mondiale.

Un’opinione pubblica sconvolta per le 40mila vittime registrate nell’Unione europea e le 14mila contate solo in Italia stenta, ormai, a ricordare i soldati americani caduti nella guerra al terrorismo. E finisce con l’apprezzare assai di più l’impegno dei cento fra medici o sanitari mandatici da Vladimir Putin, dei trenta medici ed infermieri inviati dal premier albanese Edi Rama o dei 67 arrivati da Cuba. Insomma quando torneremo a uscir di casa potremmo scoprire che il mondo è tornato ad esser assai grande. E l’Atlantico molto più largo.