A quanto pare in Italia abbiamo un problema del quale stranamente nessuno si è ancora accorto. Non se ne è accorta, quando era il momento, la Boldrini forse troppo occupata a cercare di demolire obelischi e che pure aveva sprecato un bel po’ di danaro pubblico per adeguare e sostituire la carta da lettere ufficiale della Presidenza della Camera (che ora Fico, sceso dal bus, dovrà modificare di nuovo buttando altri soldi).

Non se ne è accorta nemmeno la Fedeli, abituata a bacchettare malamente i giornalisti che in conferenza stampa non si rivolgono a lei chiamandola “ministra”, sgraziato vocabolo che la Treccani definisce “Forma un tempo scherzosa, e che oggi indica la donna che ricopre la carica di ministro, che è cioè titolare di un dicastero (ufficialmente, però, detta ministro)” e che invece la – per l’appunto – ministra dall’incerto titolo di studio considera irrinunciabile per indicare la carica da lei indegnamente ricoperta.

Eppure si tratta di un problema globale di fondamentale importanza per le sorti delle nazioni: gli inni nazionali sono maschilisti e Il nostro, ovviamente, non fa eccezione.

Anzi, il fatto che sia cantato (raramente, peraltro) da un popolo di maschilisti retrogradi col mito del gallismo mediterraneo ed usi a comportamenti da sciupafemmine non può che rendere la questione ancora più spinosa, specialmente in un paese che secondo il World Economic Forum in fatto di uguaglianza di genere si trova all’82° posto su 144, preceduto da Belize e Madagascar.

I paesi più civili ed evoluti se ne sono accorti per tempo e sono corsi ai ripari.

in Austria nel 2012 l’inno nazionale Land der Berge, Land am Strom, composto nel 1947 Paula von Preradović, è stato opportunamente modificato: la terra di grandi figli (Heimat bist du großer Söhne) è diventata la terra di grandi figli e figlie, mentre i cori fraterni (Brüderchören) si sono magicamente trasformati in cori giubilanti (Jubelchören), correggendo così la scorrettezza politica della nobile poetessa viennese che mai avrebbe immaginato di fare un grave torto al suo stesso genere.

Anche in Canada sono finalmente corsi ai ripari contro le discriminazioni di genere.

Dopo 30 anni di battaglie l’inno nazionale “O Canada”, scritto in francese da Adolphe-Basile Routhier nel 1880, trasposto in inglese da Robert Stanley Weir nel 1908 ed adottato ufficialmente nel 1980 sostituendo il classico God Save the Queen, pochi mesi fa è stato finalmente emendato togliendo il riferimento ai “figli”, che omettendo le figlie era considerato discriminatorio, sostituito con un più neutrale “tutti”.

Da “possa l’autentico amore patriottico guidare tutti i tuoi figli” a “possa l’autentico amore patriottico guidare tutti noi“.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha definito questo cambiamento niente di meno che “un altro passo positivo verso l’uguaglianza di genere”, mentre la senatrice Frances Lankin ha dichiarato trionfalmente che “ora possiamo cantare con orgoglio il nostro inno nazionale”.

Naturalmente questo percorso verso il progresso e l’uguaglianza è ancora lungo e difficile: in Germania la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha chiesto ai suoi lettori se non sia il caso di correggere l’inno tedesco, il famoso e controverso “Lied der Deutschen” di August Heinrich Hoffmann von Fallersleben con musica di Franz Joseph Haydn, meglio conosciuto per il suo verso iniziale “Deutschland Deutschland über alles, über alles in der Welt”.

L’inno, l’unico al mondo con musica composta da un musicista importante, aveva già avuto i suoi bei problemi per esser stato anche l’inno nazionale della Germania nazionalsocialista, tanto che gli Alleati ne avevano vietato per anni l’esecuzione.

Nel 1952 era stato parzialmente riabilitato, adottando come inno ufficiale della Repubblica Federale Tedesca la terza strofa che inneggia a valori condivisi dagli stati democratici: Einigkeit und Recht und Freiheit cioè unità, giustizia e libertà.

Ora, però, sul Canto dei Tedeschi potrebbero addensarsi nuovi problemi: la parità di genere, infatti, lascerebbe alquanto a desiderare tra tedeschi senza tedesche, fratelli senza sorelle e anche donne tedesche senza uomini tedeschi come nel verso “Deutsche Frauen, deutsche Treue, deutscher Wein und deutscher Sang”.cioè “Donne tedesche, fedeltà tedesca, vino tedesco e canto tedesco” (dove peraltro il problema più serio sarebbe in realtà il vino tedesco…).

Nel sondaggio della FAZ, però, ben l’81% degli intervistati si dichiara contrario all’adeguamento (o per meglio dire alla manipolazione) del Lied ai dettami politicamente corretti della parità di genere, ma il dibattito, piuttosto acceso, è solo all’inizio, in un paese nel quale in nome della parità di genere è stata messa in discussione anche la grammatica visto che la forma impersonale dei verbi da secoli prevede solo l’uso della parola “man” (uomo) e non anche del corrispondente termine femminile.

Mentre non si hanno, per ora, notizie dalla Francia riguardo alla Marsigliese – che dal punto di vista della parità di genere risulterebbe sospetta sin dal primo celeberrimo verso “Allons enfants de la Patrie…”, che prende in considerazione solo i figli della patria e non le figlie, e che incita ripetutamente i cittadini ma non le cittadine – stupisce che nessuno, nemmeno le suffragette nostrane tipo Boldrini o Fedeli, abbia ancora sollevato il problema del “Canto degli Italiani”, ovvero l’Inno di Mameli detto anche Fratelli d’Italia.

Probabilmente per la (sub)cultura dominante nel testo scritto nel 1847 dal patriota genovese Goffredo Mameli, fervente mazziniano, eroe del Risorgimento caduto nel 1849 difendendo la Repubblica Romana e musicato da Michele Novaro quello della parità di genere è il minore dei problemi anche se il testo, visto attraverso la lente deformante della correttezza politica utilizzata in Austria e Canada, appare gravemente maschilista, facendo appello ai fratelli e non alle sorelle e con un’unica figura femminile, la Vittoria, costretta a fare la schiava.

Il fatto è che il Canto di Mameli, figlio del suo tempo e della cultura mazziniana, era perfetto per l’Italia risorgimentale ed infatti fu allora popolarissimo ed accompagnò per questo quasi tutte le principali imprese del risorgimento, dalle Cinque Giornate di Milano alla spedizione di Garibaldi fino alla presa di Roma.

Oggi, però, in un’Italia lontanissima da quella immaginata da Goffredo Mameli e Giuseppe Mazzini, nella quale i loro valori ideali non solo non sono più riconosciuti, ma sono anzi considerati disvalori di cui vergognarsi è ovvio che un testo che incita alla guerra patriottica, a combattere il nemico straniero, ad unirsi sotto un’unica bandiera e al sacrificio in nome della Patria non trovi estimatori.

In fondo gli Italiani sono ancora quelli descritti nella seconda strofa dell’inno: ”Calpesti, derisi/Perché non siam Popolo/Perché siam divisi, come dimostra il fatto che in troppi disprezzano (senza conoscerne né il testo nè la storia) l’inno di Mameli per poi, magari, riconoscersi in Bella Ciao, banale canzonetta nonché falso storico creato ad arte nel dopoguerra (la vera canzone partigiana era “Fischia il vento”, ritenuta però inadatta alla artificiale narrazione resistenziale che si doveva costruire) che in troppi cantano a squarciagola e a sproposito convinti che rappresenti storicamente qualcosa.

Le vicende del Canto degli Italiani sono alquanto sintomatiche: censurato e mal tollerato dai Savoia, che detestavano il repubblicano Mazzini e le sue idee considerate sovversive, fu moderatamente utilizzato durante il Ventennio per poi essere riscoperto e valorizzato durante la Repubblica Sociale, che formalmente non ebbe mai un inno nazionale ma si servì largamente di quello di Goffredo Mameli che veniva eseguito, spesso insieme a “Giovinezza”, in ogni circostanza ufficiale come una sorta di inno di fatto.

Anche perché il suo autore era considerato dai giovani volontari della RSI una figura di riferimento alla quale intitolarono un famoso reparto di bersaglieri, uno dei primi formatisi dopo l’8 settembre.

Curiosamente anche nel Regno del Sud fecero la stessa scoperta, trovando analogie tra la cosiddetta lotta di liberazione e quella contro lo straniero invocata da Mameli.

Così quando si trattò di scegliere l’inno nazionale della nuova Repubblica il Canto soppiantò, dopo un lungo e non semplice dibattito, la Canzone del Piave che era stata scelta provvisoriamente dopo l’8 settembre al posto della Marcia Reale.

Anche l’Inno di Mameli, però, restò una scelta provvisoria: a differenza del Tricolore non venne mai inserito nell’articolo 12 della Costituzione e la legge necessaria per la sua conferma si fece attendere per ben 70 anni, sino al 4 dicembre 2017 quando con l’approvazione della legge n. 181 e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 15 dicembre 2017 è finalmente arrivato, dopo innumerevoli tentativi, il “Riconoscimento del Canto degli italiani di Goffredo Mameli quale inno nazionale della Repubblica” a partire dal 30 dicembre 2017, praticamente pochi giorni fa.

Settant’anni durante i quali il Canto è stato periodicamente oggetto di critiche e tentativi di sostituzione per i più svariati motivi, dal testo troppo bellicista, allo spirito troppo nazionalista, ai toni troppo retorici, alla musica considerata (ingiustamente dato il genere) scadente.

I detrattori sono sempre stati molti e variegati: basti ricordare Luciano Berio , sopravvalutato musicista di regime, Bettino Craxi, notoriamente fan di Garibaldi e non di Mazzini, Umberto Bossi che, impegnato a giocherellare con le ampolle e ad inventarsi una patria inesistente mal tollerava l’esaltazione di quella vera “Dall’Alpi a Sicilia”, Michele Serra, che da trombone radical chic ha criticato gli “astrusi versi” del Canto, sino ad Antonio Spinosa che ci permette di chiudere il cerchio: secondo lui l’inno sarebbe maschilista perché esalta solo le gesta degli uomini del Risorgimento trascurando completamente il contributo delle donne, cioè delle ”Sorelle d’Italia”….

Attendiamo con ansia l’opinione di Boldrini, Fedeli & compagne.