Due sono, sin dall’inizio, i principali marchi di fabbrica di questo abominio giallo-verde, che alcuni si ostinano a chiamare governo. Le principali bandiere dei due sodali sono indubitabilmente il reddito di cittadinanza e la “quota 100” per le pensioni.

Il primo provvedimento é quello per cui si dovrebbe elargire uno stipendio pubblico a chi non fa nulla (o, più frequentemente, lavora in nero sfuggendo all’anagrafe del fisco), con la ciliegina di dover assumere qualche migliaio di disoccupati (gente, cioè, che un lavoro non è stata capace di trovarlo) perché aiutino altri disoccupati a trovar lavoro (i cosiddetti “tutor”).

L’altro, é il sistema che consentirebbe di ritirarsi dal lavoro in anticipo in cambio di una cospicua riduzione dell’assegno pensionistico. Intervento che – oltre a non avere riscosso il successo di pubblico immaginato – ritarda dolosamente la presa d’atto dell’ insostenibilità (già nel medio termine) del nostro sistema pensionistico. Che è basato su un principio, il pagamento delle pensioni attuali utilizzando i contributi versati da chi sta lavorando oggi, che non può più reggere in una fase in cui coesistono calo demografico, prolungamento dell’attesa di vita, diminuzione dell’offerta di posti di lavoro da parte dei nuovi modelli economici basati sulla tecnologizzazione dei sistemi.

Ora, a pagina 64 della prima bozza di DEF (il Documento Economico Finanziario che evidenzia previsioni ed effetti triennali delle politiche governative sui conti pubblici) ci viene raccontato che la somma dei due provvedimenti – fallimentari sotto il profilo economico-sociale e diseducativi nell’aspetto etico – costerà allo Stato, e quindi a ciascuno di noi, centotrentatre miliardi di euro.

Parliamo di 257.523.910.000.000 di vecchie lire, per capirci. Soldi privi di efficacia, totalmente buttati dalla finestra, solo per soddisfare le bramosie elettorali di un ignorante improvvidamente sottratto alle gradinate del San Paolo dove distribuiva arachidi e gazzose, e di uno scaltro demagogo che fa quotidiana mostra di disinteresse per ogni operazione che abbia un orizzonte politico superiore al prossimo appuntamento elettorale.

Ora, se proprio questi scempi devono essere compiuti, giusto sarebbe che ne venisse addebitato il costo ai soli sostenitori dei due statisti da operetta. Dopotutto, se davvero dovessero (sinonimo arcaico di “dovrebbero”, a beneficio di eventuali lettori grUllini a 5stAlle) raccogliere 20 milioni di voti alle prossime europee, ciascuno di loro sarebbe tenuto a versare 6.650 €. E se non li avessero (sinonimo di “avrebbero”), potrebbero vendersi un figlio o qualche organo proprio. Materie che sono ben prezzate al mercato nero.

Purché l’organo non sia il cervello di Toninelli.