Nel tripudio “panciafichista” del 4 novembre, dove sicuramente emergerà che non c’è stata alcuna Vittoria e che il miglior contributo al completamento dell’unificazione nazionale è venuto da cattolici e socialisti, non mi unirò alle tirate retoriche in un senso o nell’altro.
Dirò soltanto che la Grande Guerra ha avuto un merito, far emergere una delle migliori culture italiane, quella dell’arditismo, individualista, soggettivista, votato solo a quella che gli americani chiamerebbero “leadership by doing“, cioè a quel concetto di disciplina e impegno per cui i capi sono tenuti a fare sempre meglio dei loro sottoposti, svincolato da ogni forma di burocrazia e di statalismo, e animato da una cultura non propriamente italica, quella del disprezzo per la morte, esito ritenuto di gran lunga preferibile alle vite di guano cui, dal 1861 ad oggi, ci hanno sempre condannato le classi dirigenti, anche quelle che promisero rivoluzioni e fecero Concordati con la monarchia e la Chiesa…
       E mi piace ricordare – a quelli che hanno emesso alti lai per alcuni orrori commessi di recente a carico dell’Altare della Patria e della tomba del Milite Ignoto – che la traslazione della salma dal fronte a Roma non fu, nell’ottobre-novembre 1921 – propriamente una passeggiata e la salma stessa dovette in parecchi casi essere difesa, manu militari, dagli atti ostili di quanti non parevano amarla granché.
       Fra i tanti motti che emersero in quel periodo, ne comparve uno al quale sono molto legato e cui ho votato la mia vita, non solo e non tanto ideologicamente, ma a livello di comportamenti personali. Non mi ha giovato, professionalmente e socialmente parlando, ma mi ha rallegrato spesso l’animo.