Il 26 settembre, Bryan Ferry, musicista pop inglese noto per la carriera con i Roxy Music prima e da solista poi, ha compiuto 75 anni.

Nato a Washington (cittadina industriale a sud del confine con la Scozia, nella contea dei fiumi Tyne e Ware), studia arte a Newcastle: alcuni dei suoi dipinti e installazioni diverranno ispirazione per le prime canzoni (il primo singolo dei Roxy Music sarà “Virginia Plain”, dal titolo d’un suo brutto acquerello, raffigurante un pacchetto di sigarette con sopra ritratta una pin-up). Dopo i primi lavori da edicolante, camionista e vasaio, comincia a bazzicare pub e concerti in cerca di musicisti che condividano l’idea d’arte sua e di Brian Eno, riassunta in quello che sarà il nome della loro band: Roxy Music, con la prima parola a dare un’idea di teatralità (una leggenda apocrifa parla di crasi tra le parole “Rock” e “Sexy”), spettacolarità fine a se stessa, arte per l’arte, lustrini.

Pur se spesso gettati nel mucchio del “glam rock”, i Roxy Music esprimeranno – come farà un altro corifeo del genere: David Bowie – qualcosa di più, e di meglio, dei vari T-Rex, Mott the Hoople, New York Dolls.

Il primo, eponimo album, uscito nel 1972 (un anno dopo la creazione della band) lascia esterefatti: da “Re-Make/Re-Model”, racconto della cotta di Ferry per una ragazza vista per strada, col ritornello basato sul numero di targa della sua (di Ferry) automobile e citazioni dalla Cavalcata delle Valchirie di Wagner; “Ladytron” (con i “suoni lunari” richiesti da Ferry a Eno) è la storia d’amore con una robot; “If There Is Something”, lunghissima serenata divisa fra più generi musicali (ne faranno una succinta cover i Tin Machine di Bowie); a “2HB”, ode stralunata ad Humprey Bogart (“here’s looking at you, kid”).

I deliri di “Roxy Music” non bastavano: nel 1973 esce “For Your Pleasure”, pietra miliare persino più psicotica della precedente (fin dalla celeberrima copertina, con Amanda Lear che tiene al guinzaglio una pantera – dipinta). Si parte con la roboante “Do The Strand”, invito a ballare una danza… che nessuno ha inventato: filastrocca costruita su giochi di parole folli e rime assurde (“you know what I/eye mean”, “if you feel blue, look through Who’s Who”), finendo col proclamare che statue, dipinti e libri hanno partecipato alla pantomima (“The Sphynx and Mona Lisa, Lolita and Guernica / Did the Strand”)… “In Every Dream Home A Heartache” è il racconto d’un amore diventato prima schiavitù, poi odio distruttivo, con… una bambola gonfiabile (“inflatable doll, lover ingrateful / I blew up your body, but you blew my mind”). Atmosfere da incubo anche per “The Bogus Man”, lunga canzone sul Babau. Chiude “For Your Pleasure”, commiato d’un suicida (come “L’uomo in frac” di Modugno).

La stampa è entusiasta, il pubblico risponde bene, qualche ragazzo chiuso in cameretta ascolta e riascolta i vinili, studiandoli assieme alle foto delle mise di Ferry & Co.: alcuni ne faranno tesoro, da Japan e Duran Duran fino a Kate Bush.

Senza alcun astio, Brian Eno lascia la band, in cerca d’uno spazio che lo strapotere del suo quasi omonimo non può lasciargli: molto cavallerescamente (ed esagerando), dirà che il primo album senza di lui, “Stranded” (adombrato dall’essere uscito nello stesso anno dello choccante “For Your Pleasure”) è il migliore dei Roxy Music. Pur dando più spazio (nemmeno tanto) in fase di scrittura ai sodali (ossia al chitarrista Phil Manzanera e al sassofonista Andy Mackay: con Ferry, i punti fermi nella formazione Roxy), Ferry trasforma la produzione della band a sua immagine e somiglianza (non per nulla la modella di turno a comparire sulla copertina del disco è, per la prima volta, la sua fidanzata del momento: la giunonica Marilyn Cole): comincia a dismettere lo sperimentalismo un po’ esasperato apportato da Eno, virando verso canzoni dalla forma più convenzionale. Non che l’originalità, e la follia, manchino: dalla promessa di viaggi meravigliosi di “Amazona” alla parodia di Elvis Presley in “Serenade”, arrivando a due dei brani migliori dei Roxy, “A Song For Europe” (con tanto di lagne in latino e in francese) e “Mother of Pearl”.

Grande scandalo nel 1974 per la copertina (che proprio a causa di ciò diventerà forse quella più nota) dell’album successivo, “Country Life”, censurata negli USA (dove sarà coperta da una busta arancione): due fotomodelle in biancheria intima. Abbandonate quasi del tutto le atmosfere da incubo, Ferry si abbandona alla bella vita: bagordi notturni (“The Thrill Of It All”) e conquiste femminili (“Casanova” – con tanto sarcasmo); ma anche in questa giocata, i carichi non mancano (“Out Of The Blue”), e anche quando si cimenta con la canzone melensa, Ferry riesce a essere originale (“All I Want Is You”).

Nel 1975 è ormai chiaro cosa significhi Roxy Music: musica pop elegante e ricercata; non più folle e sperimentale come quella dei due (o persino tre) primi album, ma ancora anticonvenzionale e raffinata. “Siren” consegna alla band il singolo di maggior successo, tuttora il più celebre: “Love Is The Drug” (“…and I need to score”: eppure Ferry dice di essere timido), e la copertina, tutta azzurra, in cui Jerry Hall si arrampica sulle rocce di un faraglione nel Galles. Il set fotografico era, per Ferry, soltanto un’occasione per corteggiare la Hall, lungagnona texana che due anni dopo lo lascerà per Mick Jagger. Successo anche per “Both Ends Burning”: leggerissima, ma di qualità. Epocale il video televisivo per promuovere “Love is the Drug”, con Ferry che ha l’idea semplice e geniale di mascherare con una benda da pirata la garza con cui sta medicando un occhio.

A nome Roxy Music, non esce nulla di nuovo per quattro anni: eccezion fatta per “Viva!” (1976), estratto dal tour di “Siren” (nel quale erano accompagnati dalle “Sirene”: due coriste bellone, in divisa da hostess, che urlavano come delle aquile; ma il peggio deve ancora arrivare, con Yanick Etienne); vigoroso documento live che dimostra l’ovvio (ossia che i Roxy fanno belle canzoni e le suonano bene).

 

Ognuno va, momentaneamente, per la sua strada. Bryan Ferry continua una carriera solista cominciata già ai tempi di “Stranded”: “These Foolish Things” (1973) è una raccolta di cover con cui Ferry dichiara le sue preferenze in fatto di musica pop: dal suo idolo Bob Dylan ai Beatles e ai Beach Boys, fino ai Rolling Stones (anni dopo non avrebbe cantato volentieri la loro “Sympathy For The Devil”); ancora cover per “Another Time, Another Place” (1974), il cui eponimo brano conclusivo è però creazione di Ferry; “Let’s Stick Together” (1976), sette cover e quattro rivisitazioni di brani dei Roxy; il brano d’apertura (rivisitazione d’un classico rhythm & blues di Wilbert Harrison) resterà un enorme successo per Ferry (che raramente vi rinuncia nei concerti); nel videoclip, “doppiata” da una corista, appare al suo fianco proprio Jerry Hall, in abito tigresco.

Arrivando allo iato nella produzione dei Roxy, Bryan Ferry si dedica anima e corpo a quello che è forse il suo miglior disco da solista: “In Your Mind” (1977), accompagnato da un tour mondiale del quale si filma la trionfante tappa di Tokyo (non per nulla, la quinta delle otto tracce – stavolta tutte originali – dell’album è “Tokyo Joe”, tributo alle passioni cinematografiche di Ferry). Il brano di partenza, “This Is Tomorrow”, è un omaggio a Richard Hamilton, suo insegnante d’arte a Newcastle; quello di chiusura, “In Your Mind”, una malinconica avvisaglia della tristezza che gli lascerà la rottura con la Hall.

Mestizia che travolgerà, nel 1978, “The Bride Stripped Bare” (dal titolo di un’installazione di Marcel Duchamp): sei cover, un brano tradizionale irlandese (“Carrickfergus”) e in apertura due dei brani più cupi (“Sign Of The Times” e “Can’t Let Go”) del canzoniere di Ferry, che nelle apparizioni video (in inedita versione barbuta) appare smagrito e indolente.

Aveva ragione Venditti, ci vorrebbe un amico: ritrovati i Roxy, Ferry torna un crooner vivace e colorato. Lo testimonia il filmato del concerto di Manchester, per il tour di “Manifesto” (1979): completo rosso fiammante, occhi bistrati, voce tonitruante, non è più il Ferry lunatico che cantava bardato come Oberon il re dei folletti, ma è tanto elegante quanto tonico. A lungo considerata opera minore, l’album ha comunque dalla sua parte pezzi vigorosi come “Stronger Through the Years”, o persino meglio “Still Falls the Rain” (dialogo, stavolta sì un po’ stralunato, tra dr. Jekyll e mr. Hyde, con continui cambi di voce di Ferry). Due versioni diverse (una per il 33 giri e una per il 45) di “Angel Eyes”: primo (e un po’ allucinato) videoclip dei Roxy Music.

Un anno dopo le idee non abbondano: la copertina di “Flesh+Blood” (1980) non è (fatto unico) ideata da Ferry: la suggestiva immagine di tre fanciulle – due sul fronte e una sul retro – che brandiscono giavellotti è infatti pensata da Peter Saville; e compaiono le prime (e ultime) due cover in un album Roxy (“In The Midnight Hour” di Wilson Pickett” e “Eight Miles High” dei Byrds). “Over You”, “Oh Yeah” e “My Only Love” proseguono la virata di Ferry verso le ballatone. Il brano migliore è “Same Old Scene”, che i Duran Duran ascoltano in continuazione: ne trarranno l’ispirazione, tre anni dopo, per l’immane “Rio”.

Firmandosi Roxy 3, commemorano John Lennon con una cover di “Jealous Guy”: sarà il loro singolo di maggior successo.

 

Un cavaliere, la testa ricoperta da un elmo, guarda verso l’orizzonte; sulla sua mano avvolta nella maglia di cotta, sta appollaiato un falco, in attesa d’essere liberato verso l’Isola delle Mele. Nel 1982, Bryan Ferry e compagnia danno alle stampe “Avalon”: il canto del cigno, l’ultimo album a nome Roxy Music. Il brano d’apertura rende immediatamente chiaro il livello, la qualità, le atmosfere: “More Than This”, una delle canzoni più sorprendenti di sempre. Perché come scrive Marco Bercella, autorità in materia (e testimone dello storico concerto al Vigorelli di Milano), i due primi singoli – appunto “More Than This” e la title-track – segnano nel migliore dei modi (come già fatto due anni prima con “Same Old Scene”) la musica pop degli anni ’80. Non che siano da meno “True To Life”, la martellante “The Main Thing”, seguito ideale di “Love is the Drug” (“la cosa più importante” è proprio quell’atto lì), il terzo e ultimo singolo “Take A Chance With Me” (che lascia finalmente un poco di protagonismo a Manzanera), gli strumentali “India” (eseguita in apertura dei concerti) e “Tara” (la terra promessa dell’epopea arturiana – e di “Via col vento”; poi nome d’uno dei figli di Bryan). Meravigliosi i videoclip dei due brani più celebri: in “More Than This” la figura slanciata di Ferry si staglia nella luce proiettata da una finestra a forma di croce, in gran sintonia con la speranzosa richiesta del testo (“tell me one thing / more than this”); ancora meglio “Avalon”, con Ferry nello storico smoking bianco “da gelataio” non in veste di conquistatore, ma di innamorato deluso: la sua bella si allontana, ma il falco della copertina non lo abbandona. A proposito di fanciulle e della cover: ci si potrebbe chiedere, come mai stavolta non ci sono ragazze in copertina? Ma il cavaliere è Lucy Helmore, allora signora Ferry, nonché madre dei suoi tre figli.

I puristi del rock si lagnano: rimpiangono quando i Roxy facevano dischi più seri. Perché, quando intonavano lamenti in memoria d’una bambola gonfiabile erano seri? Sole pecche di “Avalon”, l’andamento sonnacchioso di “While My Heart Is Still Beating” (in contraddizione col titolo) e la balzana trovata di rovinare la meravigliosa title-track con i guaiti di Yanick Etienne, corista haitiana che Ferry incaricherà di funestare anche i suoi successivi tour.

Gloriosamente terminata l’epopea dei Roxy Music, Bryan Ferry ricomincia da capo la propria: in grande stile. Se “Avalon” era la grandiosa chiusura della discografia della band, “Boys and Girls” (1985) è il nuovo inizio in grande stile della sua (altalenante) carriera solista.

Interventi chitarristici di David Gilmour (assieme a Ferry anche in “Is Your Love Strong Enough”, singolo di lancio per la colonna sonora di “Legend”, fantasy dall’immeritato fiasco di Ridley Scott) e Mark Knopfler (ancora despota dei Dire Straits, più di quanto non lo fosse Ferry per i Roxy), Omar Hakim alla batteria e Tony Levin impreziosiscono il maggior successo commerciale targato B.F.: i detrattori (non pochi) parlano di A.O.R. (“Adult Oriented Rock”: il pop un po’ melenso degli anni ‘80, alla Michael Bolton e Phil Collins), e “Slave To Love”, la canzone di maggior successo della carriera di Ferry, in parte giustifica l’etichetta (e il videoclip non aiuta): ma gli altri due singoli di lancio, “Don’t Stop The Dance” – dal successo enorme ma tardivo – e “Windswept” – oscurato dai due precedenti – dimostrano esserci tanta sostanza e classe; e tenendo da parte i videoclip girati malvolentieri da Derek Jarman (regista di culto del “New Queer Cinema”, che non farà mistero d’aver accettato la commissione solo per motivi alimentari), il video per “Don’t Stop the Dance” girato da John Scarlett Davies con la splendida Laurence Treil è una delle cose più eleganti e originali della storia della musica pop. E brani quali “Sensation” e “The Chosen One” hanno un’energia, e persino una cattiveria, impensabili per l’AOR.

Al Live Aid, accompagnato da Gilmour alla chitarra, reggendo in mano due microfoni (l’organizzazione del concerto non sapeva quale dei due funzionasse), Ferry canta tre canzoni del nuovo album (“Sensation”, “Boys and Girls”, “Slave to Love”) e “Jealous Guy” di Lennon.

La fase felice continua con “Bête Noire” (1987), realizzato con la consulenza di Patrick Leonard, allora autore delle canzoni (orribili, ma di gran successo) di Madonna; dalla scuderia Gilmour arrivano il chitarrista Chester Kamen (che affianca Johnny Marr, noto per gli Smiths) e il bassista Guy Pratt. Vanno forti i singoli “Kiss and Tell” (che si apre con una macchina da scrivere, il cui rumore si confonde con quello d’un registratore di cassa: allusione a Jerry Hall, che stava lucrando con un libro di pettegolezzi, con anche cattiverie su Bryan) e “Right Stuff” (nel cui videoclip folleggia la modella Roberta Chirko). Notevoli anche “Day and Night” e “Seven Deadly Sins”, mentre “The Name of the Game” rovina il finale; ma il brano migliore è quello che apre sia il disco che le scalette del tour promozionale, “Limbo”, morboso viaggio tra incantesimi notturni (“voodoo warning is calling… come to me now, a moth to a flame”): e il videoclip (ex aequo con “Don’t Stop the Dance”, il migliore di Bryan Ferry solista), diretto dallo stilista Michael Roberts, lussureggiante incubo fra ombre, maschere, fisarmoniche e inviti a serate promiscue in tabarin africani.

Anche il filmato dei live di “Bête Noire” (“New Town”, 1988-’89) testimonia lo splendido momento di Ferry. Concerti elegantissimi, dalla scaletta formidabile, e un cantante in gran forma, che si dimostra anche valido polistrumentista (suona “Ladytron” con la keytar: ibrido fra tastiera e chitarra, allora di moda perché la esibiva… Sandy Marton). Sarebbe tutto bello, non ci fosse Yanick Etienne che strilla.

Nel giro d’interviste per promuovere “Bête Noire” (in conferenza stampa ci sarà pure una rissa con un fotografo), Ferry adora ripetere che David Sylvian lo imita: il che era innegabile quando David Batt in arte Sylvian cantava con i Japan, ma somiglianze tra “Secrets of the Beehive” e “Bête Noire”, a parte che sono dischi in lingua inglese usciti nel 1987, ne vede soltanto Ferry.

Il grande successo della seconda metà degli anni ’80 non prosegue nel decennio successivo. Per quanto ben realizzati, un altro album di cover (con un inedito), “Taxi” (1993) e uno tutto originale, “Mamouna” (1994 – frutto dei sette anni di lavorazione di quel che sarebbe dovuto essere il seguito di “Bête Noire”: “Horoscope”), non lasciano nulla di che nell’antologia del crooner, che ormai un po’ prigioniero di questa etichetta, vende comunque più di quel che si poteva prevedere con “As Time Goes By” (1999), in cui reinterpreta quindici classici della canzone del secolo che volge al termine: dalla canzone resa celebre da “Casablanca” a Cole Porter, Rodgers e Hammerstein.

Nel 2000 è a bordo d’un aereo ostaggio d’un folle: nonostante la gravità del pericolo, avrebbe perso la calma soltanto per rimproverare il figlio, ad allarme rientrato sfogatosi con gran sfoggio di turpiloquio. Si dirà scioccato, Ferry senior, dai calzini del sequestratore.

Dopo il tour del 2001 con i Roxy, il Terzo Millenio di Ferry comincia con “Frantic” (2002): altre due cover di Bob Dylan, un arrangiamento di “Ja Nun Hos Pris” di Riccardo Cuor di Leone, e qualche brano scritto assieme a Dave Stewart (metà, assieme ad Annie Lennox, degli Eurythimcs: quando si chiamavano The Tourists, fecero da supporter ai Roxy nel tour di “Manifesto”): ma non ne resta traccia.

Nel 2005, Ferry ha un breve ruolo in un film di Neil Jordan, “Breakfast On Pluto”: è il “gentiluomo” che abborda il protagonista, per poi aggredirlo.

L’idolatria per Bob Dylan porta al disco successivo: gli undici brani di “Dylanesque” (2007) sono tutte cover (ma “Baby Let Me Follow You Down” è una canzone popolare, reinterpretata da Mr. Zimmerman ai suoi esordi) dal menestrello di Duluth. Disco che, per carità, si fa ascoltare (a parte la ripetitività della già abusatissima “Knockin’ On Heaven’s Door”); ma, a parte le questioni di contratto, ci si chiede il suo perché. Eppure, è l’ultimo album di Ferry che venda bene. Seguirà lo scandalo per una sua dichiarazione sull’eleganza delle parate naziste e delle SS.

Avrebbero meritato molto più seguito “Olympia” (2010) e “Avonmore” (2014).

Operazione sontuosissima, “Olympia”, con tanto di set fotografico (quasi più elaborate delle registrazioni del disco) di Kate Moss, e almeno tre dei brani migliori del Ferry solista: “Alphaville”, “Heartache By Numbers” e soprattutto “Reason or Rhyme”. Eccessivamente sforzata con i virtuosismi dell’epoca Roxy, torturata da decenni di tabagismo, la voce di Ferry è prossima alla sparizione: ma la cover, da Tim Buckley, di “Song to the Siren”, è un esempio d’eleganza difficile da raggiungere.

Ferry è ormai afono, quando sovrappone la sua voce ai plotoni chitarristici di “Avonmore” (sei chitarre in “Loop de li”, nove in “Midnight Train”, quattro in “Driving Me Wild”, cinque nella title-track – forse il brano migliore del disco, ancora nove in “One Night Stand”; e per “Lost” torna Mark Knopfler). In chiusura due cover: “Send in the Clowns” di Stephen Sondheim (da un musical ispirato a Ingmar Bergman, e già cantata da Judy Collins e Frank Sinatra) e soprattutto “Johnny and Mary”, sussurrata reinvenzione, a opera del dj norvegese Todd Terje, d’una hit di Robert Palmer (resa celebre da un longevo spot della Renault).

Sarà seguito, “Avonmore”, da un tour lunghissimo (passato da Milano, al Teatro degli Arcimboldi, nel maggio 2017), la cui scaletta non prevederà brani… di “Avonmore”.

Finiscono nella meritata indifferenza due operazioni prive di valore e idee come “The Jazz Age” (2012: tredici versioni strumentali di brani sia dei Roxy che da solista) e “Bitter-Sweet” (2018: stessa roba, sulla scia della comparsata del ferryana in un telefilm tedesco, “Babylon Berlin”). Considerato “un’opera d’arte da appendere alla Tate” dal giornalista Peter York, e il miglior paroliere della canzone inglese da David Bowie (uno che con i testi ci sapeva fare), Bryan Ferry non è soltanto un esempio d’eleganza: è anche un artista di grande valore, colto e originale.