Filippo Tommaso Marinetti finalmente sbarca a New York.  Un evento non scontato, vista la freddezza che, sin dagli anni dieci del Novecento,  ha contraddistinto la critica americana verso il Futurismo. Il merito è di Viviene Green, curatrice della grande mostra The Italian Futurism 1909-1944 in programma al Guggenheim sino a settembre prossimo.

Un atto coraggioso, poichè l’esposizione vuole  essere un omaggio plurale e complessivo sul Futurismo italiano, senza pregiudizi ideologici, sciocche rimozioni e imbarazzanti amputazioni temporali. «È un mito – spiega Greene – che il Futurismo esistesse solo negli anni Dieci; infatti, il secondo Futurismo, negli anni Venti e negli anni Trenta, è stato un movimento molto ricco; e soltanto con la guerra e la morte di Marinetti si chiude questa tappa della storia italiana». Non a caso, la curatrice — infastidendo le solite vestali — ha fatto coincidere la fine del movimento con la morte del suo fondatore e ha ricordato (con insolito rispetto) l’adesione di Marinetti alla Repubblica Sociale Italiana.

Nel grande spazio progettato da Frank Lloyd Wright al 1071 di Fifth Avenue, si possono ammirare opere di Boccioni, Sant’Elia, Severini, Carrà, Balla, Russolo, Crali, Depero e di altri noti e meno noti protagonisti del tempo. Ma non solo, l’esposizione spazia anche tra le testimonianze artistiche del rinnovamento a vasto raggio che i futuristi operarono in numerosi campi: l’architettura, il teatro, la poesia, l’arte tipografica, l’editoria, la fotografia, la cartellonistica pubblicitaria, l’arredamento, la moda, i costumi di scena, persino la cucina. Una scelta voluta fortemente da Viviene Green: «L’esposizione comprende ceramiche, fotografia, design, mobili, architettura, film teatro, performance e un accenno importante alle serate. Perché sono queste cose che rendono il Futurismo un’avanguardia veramente diversa rispetto ad altre avanguardie storiche»

 

Fra gli oggetti e le opere esposte al Guggenheim, lo storico “manifesto” del Futurismo italiano: l’articolo apparso su “Le Figaro” a firma di Marinetti. «Un Warhol prima che ci fosse Warhol», conclude la Greene.