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La questione dei rapporti fra Chiesa e Stato in Grecia è da sempre assai spinosa. La Chiesa di Grecia è, dopo lo Stato, il secondo proprietario immobiliare nel paese, con attività che comprendono monasteri, foreste e spiagge e il cui numero esatto rimane indeterminato. Gli stipendi ai circa 9.000 preti attivi oltre a quelli in pensione continuano ad essere pagati dallo Stato, un esborso di 286 milioni di euro l’anno. Bisogna poi anche considerare che lo Stato gestisce gli edifici di culto, incassando il 35% degli introiti di ciascuna parrocchia, mentre un recente accordo, inoltre, prevede che sarà stipendiato dallo Stato solo un nuovo parroco ogni cinque che andranno in pensione.

Ricordiamo però che la Chiesa greca dal 1833 al 1933 ha messo a disposizione dello Stato il 99% della sua proprietà e lo Stato si è assunto l’onere di pagare gli stipendi a tutti i preti greci, considerati come dipendenti pubblici. Le immense proprietà terriere, ricordano i leader religiosi, sono eredità del periodo della dominazione ottomana, quando i cittadini preferivano donarle alla Chiesa piuttosto che rischiare l’esproprio da parte di turchi.

L’arcivescovo Ieronymos ha più volte ricordato che «la Chiesa è pronta a usare i suoi beni per aiutare il Paese a uscire dalla crisi. Possiamo usare i fondi ricavati dalle nostre proprietà per contribuire a ripagare un po’ del debito.» Di certo  la chiesa ortodossa ha pagato al Fisco, per l’anno economico del 2015, 2,5 milioni di euro (dati resi noti dalla Direzione ecclesiastica competente).

Storicamente «La Chiesa ortodossa ebbe un grande ruolo nella rivoluzione anti ottomana, e pagò un prezzo elevato per questo. Il nuovo governo era riluttante al fatto che la Chiesa Ortodossa in Grecia rimanesse sotto la giurisdizione della Patriarca di Constantinopoli, la cui sede era rimasta nel territorio dell’impero ottomano. Il Patriarca di Costantinopoli Gregorios V ed un certo numero dei metropoliti furono accusati di tradimento e subito dopo l’inizio della rivoluzione, furono impiccati dai turchi. Per questo ragione nel 1833 la Chiesa di Grecia fu dichiarata autocefala, e posta sotto l’autorità di cinque membri del Sinodo dei vescovi e del re. Lo stato di autocefalia della Chiesa di Grecia fu riconosciuto da Costantinopoli nel 1850 con un tomos patriarcale in cui si specificava che l’arcivescovo di Atene sarebbe stato il capo permanente del Sinodo dei vescovi. Un nuovo territorio fu incorporato alla Grecia a spese dell’Impero Ottomano e nuove Diocesi ortodosse furono aggiunte alla nuova Chiesa di Grecia. Gli ortodossi del territorio, della parte nord, riconquistato dai turchi rimasero direttamente sotto la giurisdizione del Patriarca Ecumenico fino al 1928, quando con un accordo furono posti provvisoriamente sotto l’amministrazione della Chiesa di Grecia. Il controllo dello stato sulla Chiesa di Grecia fu gradualmente ridotto con l’implementazione delle regolarizzazioni posteriori, benchè la costituzione del 1975 riconoscesse l’Ortodossia come la religione predominante in Grecia.» (La Chiesa Ortodossa di Grecia di John Nellykullen).

Alexis Tsipras, per la prima volta dalla nascita dello Stato ellenico nel 1830, ha rifiutato di diventare capo del governo giurando con il rito religioso davanti alla veneranda presenza dell’arcivescovo di Grecia, e il governo di Syriza esprime il vecchio anti-clericalismo della sinistra. Secondo il governo Syriza in uno Stato laico non esistono simboli religiosi e nazionali e da qui il contrasto tra Chiesa e governo  per l’insegnamento della religione nella scuola pubblica.

La Chiesa interpreta una sorta d’opposizione morale al governo di Syriza: difende tenacemente la tradizione e non esita a sfidare apertamente il razionalismo del pensiero contemporaneo. Per i religiosi il nostro paese affonda sempre di più nelle tenebre del medioevo: la Grecia è scomparsa, la sovranità e dell’indipendenza nazionale sono perdute.

E come scrive Andrea Mason « La crisi del debito, il sostanziale fallimento dei conti pubblici dello Stato ellenico e il disastro sociale da tempo consumatosi nel paese hanno infatti concorso a disegnare un quadro fosco e a delineare un contesto dominato dalla perenne sofferenza della popolazione… La perdita di sovranità economica e la svendita del patrimonio nazionale rappresentano le due principali manifestazioni della progressiva delegittimazione dell’indipendenza stessa dello Stato greco. A essere sotto il tallone sono milioni di persone ridotte a essere un non-popolo, una nazione colonizzata non attraverso una campagna militare di conquista ma in seguito al passaggio della tempesta finanziaria, presupposto per una dominazione più pervasiva e duratura di quella garantita dalla sola forza delle armi.» (Vedi: Andrea Mason, Grecia il banchetto degli avvoltoi).

Così la Chiesa, criticando l’austerità, l’oppressiva ingerenza dei potentati europei e il governo di Syriza, gioca nuovamente un ruolo politico. Insomma, Alexis Tsipras ha un nuovo, temibile nemico. Come diceva Stanislaw Jerzy Lec «alla fine raggiunsero un’intesa. Decisero amichevolmente di essere nemici.»