Nel suo discorso in Sardegna in vista delle prossime elezioni regionali, Silvio Berlusconi ha parlato della nuova legge elettorale in discussione, da lui concordata con Renzi, ed ha ripetuto un concetto che sta diventando il suo “refrain”: basta con i piccoli partiti, un governo di coalizione non dura, bisogna concentrarsi solo su un partito, che evidentemente è la sua “Forza Italia”. In questo ragionamento vi sono diversi punti deboli che – se fosse una decisione definitiva e convinta, e se la legge elettorale rimanesse quella che è stata disegnata – dimostreranno la sua fallacia proprio al momento delle elezioni.

Innanzitutto, occorre smentire la tesi che siano i “piccoli partiti” ad impedire di governare. In realtà, quello che impedisce in Italia di governare non è il Parlamento, diviso che sia tra grandi e piccoli partiti: è tutto il sistema, dalle procedure parlamentari agli interventi del Presidente della Repubblica; dai ricorsi alla Corte Costituzionale alle competenze regionali; dai veti interni all’amministrazione da parte della Ragioneria dello Stato agli inamovibili capi di gabinetto (in particolare, al fondamentale Ministero dell’Economia); dall’impossibilità di revocare un ministro od un sottosegretario se non si dimette da solo. E poi, cosa ci sarebbe ancora da “governare” in Italia visto che più della metà delle leggi, e quelle fondamentali, sono un semplice recepimento delle direttive europee che non si possono discutere?

Tutte queste cose Berlusconi le sa benissimo, e fino a poco tempo fa lo ripeteva in continuazione, arrivando a dire in modo ironico che il presidente del Consiglio può solo stabilire l’ordine del giorno delle riunioni!

Non si capisce quindi tutta questa ostilità nei confronti di quelli che lui chiama “piccoli partiti” al punto di concordare una soglia di sbarramento che, se fosse stata applicata nella cosiddetta “Prima Repubblica”, non avrebbe mai consentito l’accesso di partiti quali il Msi, il Partito Socialdemocratico di Saragat (autore della storica scissione dal Psi stalinista e poi diventato presidente della repubblica), del Partito Repubblicano di Ugo La Malfa (a suo tempo considerato un attento controllore della spesa pubblica), dei Radicali guidati da Marco Pannella che tante innovazione, condivise o meno che siano, hanno apportato al costume italiano, del Partito Liberale erede delle tradizioni risorgimentali, e di altri movimenti che hanno avuto rappresentanza parlamentare. La storia contemporanea d’Italia è fatta anche di questi movimenti politici i quali, se non conseguirono enormi quantità di voti (ma comunque sempre considerevoli) non è detto che non abbiano avuto idee ed uomini capaci e lungimiranti. Tanto per fare un esempio di casa nostra, il piccolo Msi di Giorgio Almirante si opponeva alla istituzione delle regioni, ed oggi molti concordano sull’errore fatto; propose l’elezione diretta dei sindaci, cosa esperimentata con un certo successo da un ventennio; propose, ad un certo punto, l’abolizione del servizio obbligatorio di leva per sostituirlo con il volontariato nel servizio militare, ed è stato fatto. E tante altre cose ancora.

Nella prospettiva elettorale, la scelta di polemizzare con i piccoli partiti ci sembra poi del tutto suicida per il centro-destra. Infatti, è essenzialmente a destra che essi esistono, derivando da antiche e radicate storie politiche: c’è la Lega, che ha ormai ventisei anni di attività ed è ben radicata nel territorio; c’è il Nuovo Centro Destra di Alfano e il ritornato Udc di Casini, che si ispirano alla Democrazia Cristiana ed al Partito Popolare Europeo; e c’è infine Fratelli d’Italia, che sta per riprendere la storia di Alleanza Nazionale e più indietro fino al Msi. 

Ma ricordiamo soprattutto che Forza Italia rappresenta non più del 22-23% dinanzi al 29% del Partito Democratico. Come pensa di arrivare al 37%, nuova soglia minima per conseguire il premio di maggioranza? Lo potrebbe fare solo se si allea con i cosiddetti “piccoli partiti”, consentendo loro di avere una rappresentanza parlamentare.

In caso contrario, se fosse messa in discussione la loro rappresentanza, non si può certo pensare che i loro elettori correrebbero in massa a votare per il presidente designato dal centro-destra (quale, poi?), soprattutto se – com’è probabile – scattasse il ballottaggio al secondo turno. E ben si sa che gli elettori di centro-destra tendono ad astenersi in questa evenienza: astensione che sarebbe ancor più motivata se la soglia di sbarramento rimanesse l’attuale ed i loro partiti preferiti non avessero alcuna rappresentanza, nonostante i milioni di voti apportati.

Quindi, trattasi di un grave errore tanto da far sospettare – conoscendo le capacità di Berlusconi – o la volontà di perdere o l’accettazione voluta alle proposte di Renzi in cambio di una “legittimazione” e di un riconoscimento di leader.

Infine, un altro punto. Qualcuno potrebbe dire: ma allora entriamo tutti in Forza Italia e facciamo un grande ed unico partito di centro-destra. A parte che il tentativo è stato già fatto con il PDL ed è fallito per successive scissioni, ulteriore dimostrazione del desiderio degli elettori di avere una propria specifica identità (ed il comunicatore Berlusconi dovrebbe sapere che al pubblico si offre la scelta di tanti prodotti diversi…), resta il fatto che quel partito non consente al suo interno di avere – come era un tempo la D.C. – tante “anime”, rappresentate da uomini e gruppi organizzati: questa era la forza della Democrazia Cristiana. Anzi, constatiamo che prevalgono intrusioni e nomine di persone senza alcuna militanza e cultura politica: le insofferenze di Fitto e di altri ne sono la prova.

Ed allora, cosa si vuole? Si vuole vincere o si vuole sopravvivere come secondo (o terzo, vista l’agitazione permanente di Grillo) partito? Si vuole portare avanti nel tempo un progetto organico basato sui valori di destra o si vuole vivere alla giornata?

In questo quadro, quindi, l’esistenza dei cosiddetti “piccoli partiti” assume una rilevanza fondamentale.