L’offensiva del generale Khalifa Haftar era un segreto di Pulcinella. I nostri servizi da quanto risulta ne erano a conoscenza e avevano informato il governo. Ma nessuno ha mosso un dito. O meglio nessuno ai vertici dell’esecutivo è riuscito a mettere insieme la trama di relazioni internazionali indispensabile per disinnescare la minaccia. Anche perché la Casa Bianca, indispettita per gli accordi commerciali con la Cina ha fatto orecchie da mercante. E così Emirati Arabi e Arabia Saudita, principali mandanti dell’assalto a Tripoli, hanno potuto agire indisturbati.

Ma cominciamo dall’inizio. I responsabili della nostra intelligence che periodicamente incontrano Haftar se lo sentono ripetere da mesi. «Appena avrò l’occasione andrò a Tripoli e regolerò i conti con criminali e terroristi». O, meglio, con tutti coloro ancora restii a mollare il premier Fayez al Serraj. Il momento arriva a fine marzo quando Haftar vola ad Abu Dhabi e concorda con il principe ereditario Mohammed Bin Zayed il colpo finale. Al termine dei colloqui il principe convoca negli Emirati il premier di Tripoli Fayez al Serraj e lo mette davanti ad un drastico ultimatum: o incontrare seduta stante Haftar e accordarsi per una spartizione del potere o regolare i conti militarmente. Davanti al no di Serraj il generale Haftar rinuncia ad incontrarlo e vola in Arabia Saudita. Lì il principe ereditario Mohammed Bin Salman, vero sovrano di fatto, è pronto a dargli il beneplacito e garantirgli i fondi necessari, assieme a quelli promessi dagli emirati, per comprarsi le milizie di Serraj. La nostra intelligence, sempre attenta a seguire le mosse del generale, non tarda ad informare il nostro governo. Anche stavolta la reazione è inefficace.

Ma più di tutto pesa il silenzio di quel Donald Trump che la scorsa estate ci aveva promesso una regia comune sulla Libia. Una telefonata della Casa Bianca basterebbe per indurre i sauditi a darci ascolto, ma Trump e i suoi, indispettiti per gli accordi commerciali tra Italia e Cina, firmati senza il consenso di Washington, decidono d’ignorarci. E così l’Italia si ritrova senza carte da giocare. Oggi né i sauditi, né gli emirati, né l’Egitto, né tanto meno la Francia di Emmanuel Macron, hanno interesse a fermare la corsa dell’alleato verso Tripoli. Se Haftar si fermerà sarà solo perché i fondi messigli a disposizioni da Riad e Abu Dhabi non saranno bastati a comprare tutti i gruppi armati di Tripoli e a dividere le milizie schierate da Misurata in difesa della capitale. Ma non solo di soldi si tratta. L’appoggio dell’Arabia Saudita orienta anche i gruppi di osservanza salafita makhdali. La Forza Speciale di Deterrenza, una delle milizie più agguerrite fra quelle sul libro paga di Serraj, risulta, non a caso, assai restia a combattere Haftar. Insomma l’unica speranza è che Tripoli non crolli, Haftar si ritrovi in stallo e la conferenza di Gadames preparata dall’Onu e prevista per il 15 del mese diventi una sorta di tavolo di pace in cui discutere la ridistribuzione del potere libico. Ma è solo tra nove giorni.