Le milizie di Tripoli e Misurata hanno contrattaccato, rispondendo ai razzi Grad sparati dalle unità del generale Khalifa Haftar. A Tripoli il generale di Bengasi è sulla difensiva. Nelle strade della capitale libica mentre la battaglia era in pieno svolgimento gli abitanti tentavano di accumulare scorte alimentari. Il governo di unità nazionale (Gna) ha annunciato di aver strappato alle forze di Haftar (Lna) l’aeroporto, la strada verso Tarhouna, la zona di al Hira e di controllare dunque con sicurezza la città. Haftar riesce comunque a colpirla con i razzi Grad, tenendo aperto lo scontro armato. Il bilancio di queste 48 ore di guerra è per ora di 21 morti e 27 feriti, ma la controffensiva di Tripoli, denominata “Vulcano di rabbia”, è stata efficace. Haftar, al momento, non ha ottenuto il sostegno della milizia salafita Rada. Oltre che con il debole premier al Sarraj, sta combattendo con la risolutezza di Misurata, città-Stato che è il suo reale nemico. L’altra grande città militare Zintan si è divisa, i misuratini hanno marciato compatti fino a fermarlo a 50 km da Tripoli bombardando le sue postazioni e spingendosi fino a Jufra, l’area nel cuore del Paese di cui Haftar ha vitale bisogno per ricevere i rifornimenti da Est. In realtà la partita non è affatto chiusa, ignorando la richiesta di tregua umanitaria da parte dell’Onu, ci sono i civili e almeno 6900 migranti in detenzione per cui l’Oim lancia l’SOS, si combatte ancora al Sud, compresa Garian, l’unica altura strategica in mano ad Haftar a 90 km da Tripoli.

“Haftar è un traditore” ha affermato al Sarraj, che ha convocato l’ambasciatrice francese du Hellen minacciandone l’espulsione per il sostegno dell’Eliseo se non alla marcia su Tripoli di certo al suo ideatore. Due giorni fa a Dinard, su input della Farnesina, Roma e Parigi avevano firmato un documento congiunto per chiedere una soluzione politica alla crisi, ma la posizione francese sul dossier libico è sbilanciata verso Haftar e in linea piuttosto con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. Sullo sfondo dei combattimenti segnaliamo la decisione di Washington, di richiamare i diplomatici da Palm City ed evacuare il contingente a supporto di Africom, lasciando intendere di temere il peggio. Fino all’offensiva a sorpresa contro Tripoli, Haftar vantava diversi alleati. Mosca chiede ora una soluzione politica pur mettendo in guardia dallo strapotere delle milizie. L’Arabia Saudita, da cui arriva il soccorso salafita al generale. L’Egitto, l’unico che in nome della lotta al terrorismo non ha firmato il documento di pacificazione concordato mercoledì in vista della conferenza Onu di Ghadames da americani, britannici, francesi, italiani ed emiratini. Gli Emirati, tradizionali alleati di Haftar, che hanno una base militare vicino a Bengasi e che però in queste ore restano di lato, in attesa.

Resta dunque il dubbio se Haftar si sia mosso da solo, con l’appoggio amico, come in Fezzan, appare quasi inarrestabile. Qualora la diplomazia e gli istituti internazionali decidessero di andare sino in fondo per risolvere la guerra intestina libica, mantenendo l’impalcatura devastata, nonostante la sua pluralità etnica, solo l’Italia sarebbe in grado di guidare la coalizione internazionale politica, economica e militare di ricostruzione dell’unità nazionale libica.